La crisi dei partiti non dipende solo dalla magistratura ma dalla politica che ha smesso di essere politica e ha lasciato spazio ad altri poteri, in primis economici. Il punto di caduta di questo processo, che ha attraversato tutta la Prima Repubblica, è Mani Pulite. Ma non si è fermato, e non può che trovare fine se la politica non torna tale. Questa la riflessione al centro del dibattito, moderato da Gianni Festa, direttore del Corriere dell’Irpinia, che si è tenuto oggi al Circolo della Stampa per la presentazione del libro “Processi e Politica“, di cui è autore l’ex ministro Carmelo Conte, che ripercorre la storia di otto processi che definiscono il ruolo che hanno avuto i giudici rispetto a vicende politiche che hanno cambiato la storia del Paese.
Ad aprire il confronto è stato il senatore del Pd Enzo De Luca, che ha richiamato la stagione nella quale i partiti rappresentavano vere e proprie comunità politiche: “Mi piace ricordare la figura di Moro, nato 110 anni fa”, ha detto, sottolineando come in quella fase storica, in cui Conte era parlamentare del Psi, esistessero ancora organizzazioni politiche strutturate come luoghi di confronto e partecipazione, elementi centrali di una vita politica autentica. “Tutto questo non avviene più”, ha aggiunto. Da qui il richiamo alla lenta, letale e progressiva trasformazione dei partiti, che hanno perso la loro funzione originaria.
Oggi tende invece a prevalere un “impegno politico egoistico individuale, spesso accompagnato da interessi di diversa natura”. Un processo che si inserisce, secondo De Luca, nella più ampia crisi della società e delle sue forme di rappresentanza. Tanto che si parla di “democrazia illiberale”. Perché cresce la distanza tra i partiti, e dunque le istituzioni, e i cittadini. Partiti diventati luoghi estranei alla comunità: “Purtroppo, in questo tempo che ci è dato vivere, chi si assume la responsabilità di guida o fa in qualche modo politica, troppo spesso, quasi sempre, privilegia i rapporti personali e di interesse invece che l’elaborazione politica”. La democrazia, ha sottolineato, rimane fragile perché “non si alimenta della coscienza e della partecipazione dei cittadini”. Per questo è necessario tornare a contribuire alla vita pubblica e ad animare il dibattito, superando la chiusura dei partiti, ha ammonito.
Il ragionamento di Gianfranco Rotondi, parlamentare di FdI e fondatore della “Dc per Rotondi”, è partito dall’alba della Repubblica: considerato che la magistratura era composta da giudici provenienti dal precedente regime fascista, l’autonomia della magistratura fu pensata in rapporto all’autonomia parlamentare.
In seguito, per tale ragione, ricorda Rotondi, Peppino Gargani votò, unico deputato, contro l’abolizione dell’immunità parlamentare.
Insomma, secondo Rotondi, uno sbilanciamento dei due poteri è sempre esistito.
Anche se Tangentopoli, secondo la ricostruzione di Rotondi, non sarebbe riconducibile esclusivamente all’azione della magistratura, ma alla coincidenza tra l’iniziativa giudiziaria e il cambiamento della legge elettorale – l’introduzione del maggioritario e dei collegi uninominali – a cui i partiti non seppero adeguarsi.
Conte ha aggiunto che dal ’93 ad oggi è diventata prevalente la magistratura sulla politica. Nei primi anni della Repubblica, al contrario, lo era la politica. Adesso è la magistratura che condiziona la politica. Direttamente e indirettamente.
A sostegno della sua tesi ha richiamato quanto accaduto lo scorso anno al referendum sulla separazione delle carriere: “I magistrati hanno fatto 3.300 manifestazioni: mai nella storia un partito ha fatto tante iniziative in occasione di un referendum o anche di una campagna elettorale. I giudici sono scesi in campo. E quando si scende in campo, si parteggia”.
Un fenomeno che comincia negli anni Settanta: la rivista Quale Giustizia aveva già messo in discussione l’autonomia della magistratura – ha osservato Conte – avviando una lenta ripresa del ruolo dei giudici: “Nel Dopoguerra, quando io ho cominciato, i luoghi del potere erano la classe operaia, il Parlamento e la magistratura. Oggi la classe operaia e il Parlamento non contano più niente, la magistratura ancora c’è. È un centro di potere”, ha ribadito Conte. E spiegato che la politica non ha perso semplicemente perché la magistratura ha conquistato maggiore spazio, ma perché “la politica ha smesso di essere politica”.
“I partiti – ha continuato – erano lo strumento per stare in campo, per consentire alla politica di stare in campo. La crisi di Mani Pulite ha liquidato i partiti e non c’è più il campo per far politica. La politica ha progressivamente abbandonato i luoghi tradizionali della partecipazione per spostarsi verso altri centri di influenza, i poteri economici e la comunicazione. E non la gente”.
E ha concluso: “La mia non è una critica alla giustizia: il processo non è la giustizia”, ha detto, richiamando i processi a Socrate, Gesù Cristo e Galileo. “Processi ingiusti, ma legali”.

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