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L’Irpinia senza camicia nera, nel saggio di Cogliano la memoria come atto di libertà

Lo storico ricostruisce le vicende della repressione politica ad Avellino tra Grande Guerra e Fascismo. Il 16 ottobre la presentazione alla Biblioteca Provinciale

Rosa Bianco
La storia non è mai soltanto una successione di fatti consegnati agli archivi. È, piuttosto, il luogo in cui una comunità torna a interrogare la propria coscienza, misura la distanza tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere, riconosce le ferite che il tempo non sempre riesce a rimarginare. È in questa prospettiva che si colloca “L’Irpinia senza camicia nera”, il volume di Annibale Cogliano, pubblicato da Delta 3 Edizioni, che sarà presentato venerdì 16 ottobre 2026, alle ore 17, nella Sala Penta della Biblioteca Provinciale di Avellino.

Il sottotitolo — Profughi, diffidati, ammoniti, confinati, internati in Avellino fra Grande Guerra e Fascismo — restituisce immediatamente la densità storica e civile della ricerca. Dietro la precisione delle categorie amministrative si intravede un universo di vite sottoposte al controllo del potere, di coscienze sorvegliate, di esistenze segnate dalla limitazione delle libertà individuali. Sono le tracce di una storia che non può essere ridotta alle sole vicende dei protagonisti più noti, perché si misura anche attraverso le biografie di coloro che subirono la repressione e che, spesso, rimasero ai margini della memoria pubblica.

La storia oltre la narrazione dei vincitori

Il titolo del libro suggerisce una questione storiografica di particolare rilievo: quanto spazio resta, nella rappresentazione del passato, per le voci che non si sono riconosciute nell’ideologia dominante? E in quale misura la storia di una provincia può contribuire a comprendere le dinamiche nazionali della costruzione e del consolidamento del regime fascista?

L’Irpinia non costituisce un’appendice periferica della storia italiana. È parte integrante di quel tessuto sociale nel quale le trasformazioni politiche del primo Novecento si intrecciarono con le condizioni economiche, le appartenenze locali, le tensioni sociali e le scelte individuali. Ricostruire le vicende dei profughi, dei diffidati, degli ammoniti, dei confinati e degli internati significa dunque restituire profondità alla storia del territorio, sottraendola a ogni lettura semplificata o consolatoria.

La ricerca storica assume qui il valore di un’indagine sulle forme concrete attraverso cui il potere entra nella vita delle persone. La schedatura, la sorveglianza, l’ammonizione e il confino non sono soltanto procedure burocratiche: rappresentano strumenti mediante i quali un sistema politico può delimitare lo spazio del dissenso e trasformare la diversità di opinione in una condizione di sospetto.

È proprio la documentazione d’archivio, con il suo linguaggio apparentemente impersonale, a consentire di ricomporre il rapporto tra apparati istituzionali e destini individuali. Nei fascicoli si sedimentano classificazioni e giudizi, ma anche le tracce di esistenze che la ricerca può riportare alla luce, restituendo loro una collocazione nella storia collettiva.

L’archivio come coscienza critica del territorio

Il valore di un’opera come quella di Cogliano risiede anche nella possibilità di rileggere la storia nazionale attraverso una prospettiva locale. È nella dimensione provinciale che i grandi processi politici rivelano spesso i loro effetti più tangibili: nei rapporti di vicinato, nelle comunità, nelle famiglie, nelle attività lavorative, nelle relazioni quotidiane trasformate dal clima di controllo e dalla pressione ideologica.

L’archivio, in questa prospettiva, non è un deposito inerte di carte, ma un luogo di conoscenza critica. Il documento non parla da sé: richiede competenza, contestualizzazione, confronto tra fonti e capacità di distinguere la registrazione amministrativa dalla realtà umana che essa pretende di descrivere. È attraverso questo lavoro che il passato torna a essere intelligibile e può contribuire alla formazione di una coscienza storica più consapevole.

La memoria, tuttavia, non coincide con la celebrazione. Non serve a distribuire retroattivamente patenti di innocenza o di colpa, né a piegare gli eventi alle convenienze del presente. Il suo compito è più esigente: ricostruire i fatti, riconoscere le responsabilità, comprendere i meccanismi attraverso cui le libertà possono essere progressivamente compresse e restituire visibilità a chi ne ha subito le conseguenze.

In questo senso, il libro invita a considerare la ricerca storica come una forma di responsabilità pubblica. Conoscere le vicende della repressione politica significa interrogarsi non soltanto sul passato, ma anche sulle condizioni che rendono possibile la difesa dei diritti, del pluralismo e della dignità della persona.

Un confronto tra ricerca storica e coscienza civile

L’incontro di Avellino sarà aperto dai saluti di Franco Di Cecilia, consigliere provinciale di Avellino delegato alla Cultura, e di Silvio Sallicandro, editore. Interverranno Lorenzo Terzi, direttore dell’Archivio di Stato di Avellino, e Aldo Cennamo, già deputato della Repubblica Italiana. A moderare il dibattito sarà Floriana Guerriero. Saranno presenti gli autori, come indicato nella locandina dell’iniziativa, con i contributi di Mario Garofalo e Fiorenzo Iannino.

La presenza di competenze e sensibilità differenti offre l’occasione per collocare il volume in uno spazio di dialogo tra ricerca documentaria, conoscenza delle istituzioni e riflessione civile. Il confronto potrà contribuire a valorizzare il rapporto tra fonti archivistiche e ricostruzione storica, mettendo al centro una pagina della vicenda irpina che merita di essere conosciuta e approfondita.

La scelta della Biblioteca Provinciale, nella Sala Penta, conferisce all’appuntamento una significativa cornice culturale. Le biblioteche pubbliche sono luoghi nei quali il sapere diventa patrimonio condiviso, la ricerca incontra i cittadini e la memoria si sottrae alla dimensione esclusiva degli specialisti per entrare nella vita della comunità.

La libertà come eredità da custodire

Rileggere il periodo compreso tra la Grande Guerra e il Fascismo significa confrontarsi con una stagione nella quale la crisi delle istituzioni liberali, le tensioni sociali e l’affermazione della dittatura modificarono profondamente la vita politica italiana. La prospettiva irpina consente di osservare questo processo nella concretezza delle sue ricadute locali, evitando che la grande storia nazionale finisca per oscurare le esperienze individuali.

Il significato più profondo di un simile lavoro non consiste nell’attribuire al passato le inquietudini del presente, ma nel riconoscere che la libertà non è un’acquisizione irreversibile. È una conquista storica che richiede consapevolezza, responsabilità e vigilanza democratica. Le istituzioni, le leggi e i principi costituzionali trovano la loro ragione più autentica nella capacità di proteggere la persona, anche quando il dissenso disturba, contraddice o mette in discussione il potere.

“L’Irpinia senza camicia nera” richiama, così, l’attenzione su una dimensione essenziale della memoria: dare nome e consistenza alle vicende di chi è stato sorvegliato, escluso o perseguitato significa restituire alla storia la complessità che ogni narrazione riduttiva rischia di cancellare.

Una comunità che conosce il proprio passato non è necessariamente immune dagli errori, ma dispone di strumenti più solidi per riconoscerli e contrastarli. Per questo la ricerca storica non riguarda soltanto gli studiosi: riguarda la qualità della cittadinanza, la maturità delle istituzioni e la capacità di una società di riconoscersi nei principi di libertà e democrazia.

La memoria, quando si fonda sul rigore delle fonti e sul rispetto della verità storica, cessa di essere semplice commemorazione. Diventa conoscenza, coscienza critica, responsabilità. E soprattutto diventa un modo per affermare che nessuna vicenda umana, per quanto marginalizzata dalla storia ufficiale, è priva di valore quando in gioco sono la dignità della persona e il diritto alla libertà.

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