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La convergenza ambiziosa tra linguistica e storia

di Virgilio Iandiorio

Globalismo e localismo possono convivere nella nostra società postindustriale? Alla grande utopia del nostro tempo, essere cittadini del mondo, si contrappongono gli interessi reali concreti, che si ritrovano a livello locale e particolare. Questo aspetto risulta particolarmente evidente nel caso della lingua. La ricerca, lo studio, il recupero del dialetto, a volte con compiacimento arcaicizzante, denota il bisogno di resistere alla dilagante erosione linguistica. Si avverte quasi il bisogno di estraniarsi dal rumore della globalizzazione, di identificarsi nel proprio territorio, di scavare in questo lembo piccolo di mondo e nella sua lingua per riportare alla luce i grandi temi della vita del nostro tempo. “Bisogno di appaesamento – come scrive Franco Brevini nel libro, significativamente intitolato Le parole perdute, Einaudi 1990- di non camminare più in una terra di nessuno, di guardare al mondo e di pronunciarlo, non da una condizione di estraneità e spoliazione, ma con i propri strumenti, senza abdicare da se stessi. Dire il tutto con le cose e le parole di una parte, esprimere la totalità partendo dalla particolarità”.

Nella nostra provincia molti studiosi e cultori di storia locale si sono interessati nel passato, e si interessano nel presente, del dialetto, raccogliendo dalla viva voce dei parlanti racconti, proverbi, modi di dire e semplici parole ed espressioni. Sono stati pubblicati diversi vocabolari e grammatiche del dialetto di singoli paesi.

Il dialetto dei paesi irpini venne rappresentato anche cartograficamente nell’Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera Meridionale, quella parte della Confederazione Elvetica che linguisticamente può considerarsi un prolungamento dell’Italia. L’Atlante, in sigla A.I.S. cioè Atlante italo-svizzero, fu pensato e diretto da due studiosi elvetici di linguistica Karl Jaberg (1877-1958) e Jakob Jud (1882-1952) tra il 1928 ed il 1940. Esso è costituito da 8 volumi in folio

Tra i punti di riferimento dell’AIS per la regione Campania, vale a dire le località esplorate contrassegnate con un numero, ci sono Montefusco (n. di riferimento 723) e Trevico (n. 725). Qualche esempio, a Montefusco “i trucioli” sono detti ‘e scisciole, la lucciola ‘o cambowàscio , la polenta ‘o megliazzo.

La scelta di queste due località irpine non era casuale, ma ubbidiva a criteri scientifici di ricerca. Perché, come insegna il linguista Matteo Bartoli (1873-1946) si possono trarre deduzioni cronologiche dalla disposizione geografica dei fatti linguistici. Di due fasi linguistiche concorrenti la più antica è quella conservata nell’area meno esposta o più isolata.

Molta attenzione da parte di cultori di storia locale è rivolta alla toponomastica. I nomi di luogo sono a volte l’unica traccia rimasta di situazioni etniche e linguistiche molto antiche o di cui non si ha traccia nella storia, per questo essi forniscono un notevole contributo per comprendere la storia del popolamento del territorio.

Nel volume XV della Storia d’Italia, Il Mezzogiorno angioino e aragonese, il prof. Giuseppe Galasso (1929-2018) dedica un interessante capitolo agli “insediamenti e paesaggi umani”, dove utilizza la toponomastica per ricostruire “la fase più intensa dell’espansione demografica tra il X e il XIII secolo” con “la diffusa colonizzazione del territorio, con la ripartizione della popolazione in centinaia e centinaia di centri abitati”.

“La miriade di insediamenti – scrive Giuseppe Galasso– che allora costellarono le pianure, le colline e i monti del Mezzogiorno non erano, certo, tutti assolutamente di nuova fondazione. In moltissimi casi gli insediamenti dovettero svilupparsi intorno a minuscoli gruppi umani preesistenti…Ma non c’è dubbio che nella parte maggiore i nuovi insediamenti furono attuati con deduzioni spontanee, con la promozione e l’incentivazione di nuovi raggruppamenti da parte di coloro che vi erano interessati, e così via: ossia, con un diffuso trasferimento di popolazione da un luogo all’altro”.

Un indizio sostanziale per comprendere questo processo viene dalla toponomastica. Egli si rifà al Dizionario di Lorenzo Giustiniani (1761-1825), “preferibile agli attuali repertori dei comuni e delle frazioni, perché reca i nomi antichi dei centri abitati, che dopo l’unificazione italiana hanno subito numerosi mutamenti, e perché comprende un assai più folto elenco di località”. Il prof. Galasso indica le denominazioni dei luoghi con più alta frequenza: elementi toponomastici riferiti a santi 394 casi, composti  con i sostantivi Villa, Villetta 170 casi, con Casa, Casale 151 casi, con Castello 101 casi, 99 con Colle e 94 con Monte, in 61 casi compare Rocca,  in 28 Capo, in 25 Campo, in 14 Pesco, in 31 Pietra, in 10 Prata, in 16 Serra e Terra, in 31 Torre.

I comuni della provincia di Avellino sono 118. I toponimi hanno tutti, o quasi, una derivazione latina, anche se dal latino medievale. Qualche dato statistico: il 2,5% dei 118 comuni deriva dal latino “CASTRUM” (Castel Baronìa, Castelfranci -Castrum Francorum-, Castelvetere -Castrum Vetus); l’8,4 % ha il toponimo con “MONS” (Montaguto, Montecalvo, Montefalcione, Monteforte, Montefredane, Montefusco, Montella, Montemarano, Montemiletto, Monteverde -un tempo feudo della famiglia Grimaldi del Principato di Monaco); il 2,5 % da “PETRA” (Pietradefusi, Pietrastornina, Petruro);il 12 % deriva dal nome di un santo (S. Mango -Magnus-, S. Martino, S. Michele, S. Nicola, S. Potito, S. Sossio, S. Lucia, S. Andrea,, S. Angelo all’Esca [probabilmente dal latino “insula>iscla>esca” – si pensi all’ isola d’Ischia nel golfo di Napoli-  nel nostro caso si tratta di terreni vicino alle sponde dei fiumi], S. Angelo a Scala, S. Angelo dei Lombardi, S. Paolina, S. Stefano del Sole).

La tesi del prof. Giuseppe Galasso è che “il ripopolamento sollecitato dalla forte ripresa demografica, pur sviluppandosi intorno a nuclei, magari minimi, ma assai spesso preesistenti, ha però fortemente incrementato, in ogni caso, il numero dei luoghi abitati rispetto a quello riscontrabile tra la fine del secolo VI e gli inizi del VII e ha determinato la fioritura ex novo di una innumerevole serie di punti di popolamento. Insieme con tanti altri aspetti della vita meridionale, anche la posteriore rete degli insediamenti si conferma, cioè, come un processo di formazione essenzialmente medievale”.

La crisi demografica del secolo XIV ebbe ripercussioni importanti sulla consistenza dei comuni meridionali, provocando un processo di relativa concentrazione degli abitati. “E’ con tutta probabilità –sottolinea il prof. Galasso– allora che una gran parte dei centri meridionali di pianura e di collina dovettero definitivamente assumere, o avviarsi ad assumere, quella fisionomia di “dormitori contadini”, che doveva poi caratterizzarli attraverso i secoli, richiamando a sé la popolazione sparsasi per la campagna o in centri periferici minori durante la fase di espansione. Il che non significa affatto che non si affermasse diffusamente un insediamento molto frammentario”, anche se di piccole dimensioni, in centri lontani tra loro e carenti delle più elementari infrastrutture civili.

 

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