di Virgilio Iandiorio
Il 30 ottobre 2026 avrebbe compiuto ottanta anni, Milvia Portella, mia vicina di casa con la quale ho condiviso il tempo della fanciullezza e dell’adolescenza e della giovinezza. A fronte di tutta la libertà che un giovane può immaginare di avere nelle sue azioni, nelle sue relazioni, nei suoi atteggiamenti, dalla storia di Milvia viene fuori un dato importante: l’amicizia è prima di qualsiasi esigenza personale, anche di quelle più nobili.
Richiamare alla mente fatti e persone vissute alcuni decenni fa, sta a significare che essi diventano vivi e presenti come se fossero davanti ai nostri occhi. A volte andiamo alla ricerca di qualcosa che non riusciamo a localizzare subito e concretamente, e per questo sfiduciati abbandoniamo la ricerca. Forse, anche perché non siamo molto convinti che esista quel qualcosa di cui andiamo in cerca. Il successo della ricerca dipende dalla nostra convinzione, dalla nostra certezza che quello che cerchiamo esiste. Prendono, così, vita la nostra famiglia, i nostri amici, il nostro paese.
La mia famiglia e quella di Milvia abitavano vicino, nello stesso vicolo, intitolato a Pietro Picone, a Manocalzati. Si andava da una casa all’altra e noi bambini non facevamo distinzione tra le nostre abitazioni. Un tempo il vicolo era come una grande famiglia. Milvia aveva un fratello, Sabino, che giovanissimo era morto a Milano in un incidente stradale. Di qualche anno più grande di me, Sabino era il mio “angelo custode”, a lui ricorrevo per aiuto quando tra bambini si scivolava dalla disputa verbale alle mani. E Luisa, sorella di Milvia, scomparsa da pochi anni, era legatissima a mia madre. E poi Tina, l’altra sorella, la più grande, conserva l’atteggiamento signorile, che ha sempre mostrato nei suoi rapporti con amici e conoscenti.
Milvia aveva il piglio della “donna matura”, aveva la risposta pronta in ogni occasione. Tra le coetanee godeva di un certo prestigio perché era capace di trovare sempre idee nuove ed estemporanee. Frequentò la scuola media e l’istituto tecnico commerciale ad Avellino con lusinghieri risultati.
Io mi iscrissi al liceo classico. I nostri interessi si diversificarono, ma avevamo la stessa familiarità di quando eravamo bambini. E quando mi disse che era fidanzata con Renato, io divenni subito amico del suo futuro marito.
Conseguito il diploma di scuola secondaria, rimaneva di completare gli studi all’università. Io avevo scelto la facoltà di lettere, Milvia e Renato quella di economia marittima. A Napoli si ricompose un drappello di studenti manocalzatesi, Bruno, Gerardo (economia e commercio), Sabino (facoltà teologica); tutti noi provavamo l’ebrezza della vita di una grande città, venendo da un piccolo paese. Furono anni di formazione professionale e culturale.
Milvia conseguì nel 1971 la laurea in economia marittima, discutendo una tesi di diritto commerciale. La sua tesi, che trattava de “Il dividendo sulle azioni sociali”, riscosse il plauso della commissione esaminatrice. Conseguita la laurea, bisognava pensare a trovare la giusta occupazione. Milvia aveva una conoscenza di diritto commerciale da tutti apprezzata e che portò anche nelle scuole dove insegnò.
Nel 1974 si sposò con Renato, e io sono stato il loro testimone di nozze insieme con mia moglie Teresa. Poi le nostre vite presero direzioni diverse. Per motivi di lavoro Milvia si trasferì con la famiglia a Milano e quando ritornò a vivere in paese, fui io ad allontanarmene per motivi di lavoro. I nostri contatti si fecero più radi: la nascita dei figli (Milvia ha avuto due bambine Francesca e Anna Lisa) e la loro crescita Non mancavano mai problemi.
Quando anche io feci ritorno in paese, molte cose erano cambiate. Mi dissero che Milvia aveva un male molto grave. In quegli anni ero a Roma e ritornavo almeno una volta al mese a rivedere la mia famiglia. Feci visita a Milvia che giaceva a letto. Parlammo dei tempi belli dell’università e della nostra infanzia. “Hai desiderio di qualcosa?” le chiesi. Volevo rendermi utile per lei. “Non ho desiderio di niente” mi rispose con un sorriso. “Ci rivedremo la prossima volta che verrò a casa” e ci salutammo con questa promessa. Era il mese di febbraio. Non fu possibile mantenere la promessa, perché il 3 di marzo del 1998 morì. Oggi che avrebbe compiuto ottant’anni sento la sua vicinanza come quando si giocava nel vicolo, quando eravamo ragazzi. Il ricordo di un anniversario diventa così il ripercorrere i momenti belli di una vita trascorsa con il desiderio di stare insieme, di fare cose belle e buone, proprio come si faceva un tempo quando si viveva con spirito di comunità sempre vivo.
I versi della poesia “La stanza accanto”, attribuita al poeta e scrittore francese Charles Péguy (1873-1914), illuminano più di qualsiasi discorso quello che provo a ricordare le persone che sono state e sono a noi care:
Ciò che ero per voi lo sono sempre. /Datemi il nome che mi avete sempre dato. /Parlatemi come mi avete sempre parlato. /Non usate mai un tono diverso. /Non abbiate un’aria solenne o triste. /Il filo non è spezzato. /Perché dovrei essere fuori dai vostri pensieri? / Semplicemente perché sono fuori dalla vostra vista? / Io non sono lontano, sono solo dall’altro lato /del cammino.

