– di Giancarlo Vitale –
Lo disse quando è tornato nel suo paese, Melito Irpino, l’estate di tre anni fa. E tanto ci è voluto perché scrivesse un altro capitolo della sua storia. Raffaele Minichiello, il primo dirottatore di un Boeing Twa 85, da Los Angeles fino a Roma, a fine 1969.
Raf, che era emigrato negli Stati Uniti d’America con la sua famiglia, quando non era ancora maggiorenne si arruolò nei marines e fu mandato a combattere in Vietnam. E sul suo elmetto, come tutti gli altri commilitoni, teneva scritto: “Kill me If You Can”. “Uccidimi se sei capace”, una sfida rivolta ai vietnamiti. E, più passava il tempo, dopo l’iniziale entusiasmo e l’orgoglio di un “italians” emigrato, fu preso da mille dubbi: perché uccidere chi nemmeno conosco? Cosa mi hanno fatto per metterci uno contro l’altro? È scattato qualcosa, in Raf, che poi lo ha fatto diventare un’altra persona. E dalla scritta su quell’elmetto è nato il film di Alex Infascelli sulla vita dell’allora ragazzo italoamericano, presentato proprio a Melito, nel suo paese d’origine, accolto dall’affetto di tanta gente che lo ha visto crescere.
Poi è arrivato “Il perdono – La mia storia”, il libro dell’ex marine pubblicato negli States su Amazon il 1 November (giorno del suo compleanno) e in Italia il 22 dello stesso mese. A giugno, poi, sarà tradotto in spagnolo. Racconta la storia di un uomo che non ha mai sopportato le ingiustizie, a partire da quelle subite da emigrato: una vita attraversata dalla guerra — ancora minorenne a combattere i vietcong —, dalle conseguenze delle proprie scelte, dall’amore, dai lutti (la perdita della prima moglie Cinzia) e dalla fede profonda, che lo ha portato a incontrare Dio.
“Cadere. Rialzarsi. Cadere ancora. La vita non è un gioco, ma una cosa seria — dice Raf, al telefono da Seattle —. Sbagliamo, cadiamo, ci rialziamo. E troviamo, ogni volta, una ragione per continuare”.
Nel momento più oscuro, Raf scopre che il perdono non nasce soltanto dalla volontà dell’uomo, ma che bisogna intraprendere un cammino, anche difficile e tortuoso, per arrivarci. Perché nella vita non conta soltanto ciò che ci accade, ma ciò che scegliamo di fare dopo. E forse “il coraggio più grande non è non cadere mai, ma trovare la forza e non rinunciare mai a rialzarsi”. Come ha fatto lui.
“Perdonare non significa arrendersi”, dice ancora Raffaele Minichiello, che qui in Irpinia, al suo paese, Melito Irpino, conserva ancora tanti amici che ogni volta che viene lo accolgono quasi come un eroe, e lui si schernisce.
Oggi ha 77 anni. Quando ne aveva 14, con la famiglia emigrò in quella che allora era considerata la terra promessa: gli Stati Uniti d’America, e andava a scuola. Dove, da emigrato, così come la sorella Annamaria, era poco considerato. Per un senso di rivalsa, forse, quando non era ancora maggiorenne si arruolò nell’esercito statunitense e, come soldato scelto, fu mandato a combattere in Vietnam. Lì, in mezzo alle imboscate e agli scontri a fuoco con i vietcong, fa tredici mesi e viene ferito a una gamba. Si merita anche una medaglia al valore e, anni più tardi, dicono sia stato proprio lui a ispirare Sylvester Stallone per il film “Rambo”.
Al ritorno a casa, la sorella nota che Raf non è più lo stesso. Parla poco, anzi per niente quando si tocca l’argomento della guerra. E quando si reca a riscuotere il compenso che gli doveva quello che era diventato il suo Paese — 800 dollari di allora —, gliene danno solo 600, perché ha perso (durante il guado di un fiume mentre faceva la guerra) le ricevute cartacee che teneva in tasca. Insomma, il resto del compenso gli viene negato.
Raffaele, allora giovanissimo, non trova di meglio che andare allo spaccio militare da cui voleva portarsi via quello che mancava dal suo compenso. Prima si sbronza e poi cade in un lungo sonno. Arrestato per furto, il giorno dopo si sarebbe dovuto presentare davanti a un tribunale militare per affrontare un processo. Ma il marine Raffaele Minichiello non ci sta e decide di tornare in Italia, per arrivare a Melito Irpino, perché il Paese che lo ha ospitato lo ha “prima deluso e poi deriso”.
“Il mio è stato un errore — spiega — ma è dovuto all’età che avevo allora, e al Vietnam che in qualche modo ha influito su tanti ragazzi americani che sono andati a combattere”.
Qualche mese dopo compra un Winchester M1 con 250 proiettili e prende un aereo, un Boeing della TWA, che da Los Angeles va a San Francisco. Allora era più facile poter sfuggire ai controlli negli aeroporti. Si fermano a Denver, dove Raf fa scendere tutti i passeggeri. Poi invita gentilmente il pilota a cambiare rotta. Quel Winchester non lo avrebbe mai usato; anzi, con l’equipaggio, Raffaele fa anche amicizia.
A Roma prende in ostaggio un vicequestore e montano in macchina per arrivare a Napoli. La sua Melito Irpino è ancora più vicina, ma lo fermano perché inseguito. E quando lo arrestano, in dialetto, dice: “Nun agg’ fatto niente”.
Nel processo che si svolse nel 1970 nella Capitale, i testimoni furono a suo favore e la Corte non si mostrò dura con lui, capendo in qualche modo la sua disperazione e il fatto che i passeggeri fossero scesi tutti a Denver. Scontò un anno e mezzo, poi divenuto ancora meno per buona condotta.
Oggi Raffaele Minichiello vive tra Seattle e Milano. Ma quando torna a Melito, o va a trovare il cugino Paolo a Grottaminarda, è come se non se ne fosse mai andato: si mette a lavorare i campi con il trattore. E lo aspettano anche la prossima estate.
“Il Perdono – La mia storia” è un libro di 27 capitoli: la vita di Raf è stata intensa, coinvolgente. “La fede in Dio mi ha cambiato totalmente — aggiunge —. Il mio vuole essere un incoraggiamento per tutti gli altri. Perché la vita va vissuta, tra le cose brutte che fanno da insegnamento e quelle belle che ci spingono ad andare avanti”.
La crescita di Raf è dovuta alle tante riflessioni che il soldato Raf ha fatto nel corso di tanti anni.
“Allora non capivo — sottolinea — quanto fosse importante la vita”. Il libro destinerà il cinquanta per cento degli introiti alle associazioni evangeliche.



