Emilio Fiore
C’è un nodo che lega migliaia di irpini alle autostrade del mondo: la necessità quasi forzata di staccarsi dalla provincia e approdare nelle grandi città, passare per l’aeroporto più vicino, per Milano, Roma, Torino o per l’Alta Velocità.
Se ne parla molto, e quasi sempre altrove. Nelle redazioni dei grandi giornali, nei festival letterari, nei salotti televisivi, le aree interne sono diventate un tema di tendenza, un campo di battaglia retorico tra chi le idealizza come scrigni di un’autenticità immobile e chi le guarda con il fastidio di un residuo anacronistico. Di fronte allo spopolamento decennale che colpisce Avellino, la sua provincia e le aree interne del Partenio, restare è la scelta meno consigliata, quasi un atto di resistenza contro una logica economica che svuota i paesi: aumentano gli spazi deserti, mentre mancano le teste, il lavoro e il pane con cui poter creare un futuro. Ciò che tiene uniti i fili di questa diaspora sono le date cerchiate in rosso sul calendario, l’attesa febbrile dei ritorni.
È proprio da questa riflessione che nasce il «Rivolta Book Club», un luogo d’incontro nato da poco più di un anno dalle giovanissime menti di Michelle De Paola e Cristiana Clemente. Dopo aver vissuto alcuni anni lontano da Avellino per motivi di studio, le due fondatrici hanno deciso di mettere su uno spazio di aggregazione fondato sulla lettura e sul dibattito. Se il programma del primo anno si basava su una lettura mensile, nel secondo anno il progetto si è evoluto assumendo la forma di un vero e proprio collettivo. Ciò è stato possibile anche grazie all’assidua partecipazione di molte persone che hanno scoperto nel Book Club non solo un luogo di lettura, ma soprattutto uno spazio aperto al dialogo e al confronto. La nuova formula predisposta per quest’anno prevede, sempre a cadenza mensile, l’incontro con giovani poeti irpini e la lettura di racconti pubblicati da case editrici indipendenti, con un raggio d’azione che spazia dal reportage collettivo fino alla letteratura latino–americana. Poiché le sedi e gli spazi di incontro variano di appuntamento in appuntamento, il modo migliore per restare aggiornati sul calendario delle iniziative è seguire i canali social ufficiali del collettivo. Alessandro Corbo, Miriam Barbone e Paolo Godas sono soltanto tre delle voci che si alterneranno nella scaletta annuale.
Alessandro Corbo nasce nel 1992, laureato in Giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli, oggi lavora a Torino. Alcuni suoi testi sono apparsi su Radura poetica ed esordirà ufficialmente a novembre con la sua prima silloge, Breviario dei sogni insonni (Eretica Edizioni). La sua scrittura si muove dentro una viva sensibilità panica, dove il linguaggio del mito classico – dèi, eroi e mostri – non viene usato come evasione estetizzante, ma come strumento di decodifica della realtà contemporanea. Da emigrato, Corbo registra il trauma dei continui ritorni, proponendo spesso una riflessione che mette in dialogo le geografie della memoria irpina con il paesaggio delle Langhe e dei territori del Nord che lo ospitano: due realtà geografiche molto simili, in cui tuttavia la provincia piemontese mostra la prospettiva di un futuro possibile. In «Resti» scrive: Questi versi sfioriscono, / rimarranno alla rinfusa / su terra incolta, / assorbiti dalla / Città Madre, /principio di tutto. / Dormirò qui sull’altare, / tra fumo e sirene, / dimenticato dagli dèi urbani.
Miriam Barbone nata nel 1995, ha intrapreso un percorso formativo diviso tra Lettere Moderne e Corporate Communication e Media che oggi confluisce nella scrittura e creazione di contenuti digitali. Dopo l’esordio con Il primo giorno. Poesie d’amore e di disamore (Terebinto Edizioni, 2022), con KRISIS (Terebinto Edizioni, 2026) ha firmato la sua seconda raccolta poetica. La sua scrittura muove dal bisogno profondo di dare forma a ciò che altrimenti fuggirebbe, sublimando il quotidiano per sottrarlo al suo inevitabile fluire. L’Irpinia fa da cornice alla sua vita, la terra in cui ha scelto di abitare; il paese in cui è cresciuta è stato il primo teatro del suo sguardo, lo scenario in cui da bambina proiettava l’intero universo. La sua scelta di restare incarna l’approdo consapevole a una destinazione comune a chi parte – la dimensione di casa – dimostrando la possibilità di sperimentare l’altrove senza prendere le distanze da ciò che è prossimo. In «Civico 9» scrive: Una formella essenziale, /serigrafata, / riporta il numero nove. / Qui ci vive una bambina. […] Ma è sera e la porta si apre. / Il sole è sceso. /La voce chiama all’uscio. / E presto la casa, il monte, le foglie, il vento, / la finestra dischiusa, / la vita si accorcia. /Ma ancora è lì, / negli occhi, / il vocio ridente / di quella età furtiva.
Paolo Godas, 32 anni, ha una laurea in Ingegneria e lavora come consulente SAP. Ha pubblicato alcune sue poesie partecipando a un concorso indetto dalla casa editrice Dantebus, nella collana «I poeti di via Margutta». Il tema principale della sua poesia è l’amore e le sensazioni che esso comporta, attraverso testi che raccontano di legami con persone che ci sono o non ci sono più. Infatti, più che l’Irpinia come puro paesaggio, sono proprio gli esseri umani che popolano il suo territorio la più grande fonte d’ispirazione: il distacco forzato dai propri affetti si traduce così nei versi in una sintesi di malinconia e di appartenenza. In «Giugno»scrive: Scivola l’ombra delle gocce di vetro / e tutta s’incastra sulle nostre lingue d’argento. / Mentre la notte si nasconde in un unico bacio / qualcosa nasce sul fondo delle nostre dita / lì, dove Orfeo ci fece cacciatori di stelle / e i nostri occhi e il sole, ormai.

