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Si sono chiuse le liste e da anni una volta ultimate la frase più ricorrente in tutti i partiti da parte degli esclusi è “hanno scelto i più fedeli al capo”. Chi è rimasto fuori si sente in diritto dovere di una spiegazione approfondita. Nella maggioranza dei casi i leader non la danno ma preferiscono ragionamenti complessivi basati sulla necessità del rinnovamento. E’ successo anche stavolta e continuerà ad accadere. Tutti gli ultimi sistemi elettorali, al di là delle differenze, hanno una caratteristica in comune la scelta dei candidati avviene per cooptazione.

La nuova legge ha però reintrodotto i collegi uninominali e lì la decisione su chi votare spetta all’elettore e questo voto è unico e vale anche per la quota proporzionale. Un piccolo miglioramento rispetto al cosidetto porcellum è avvenuto. Il dato complessivo però resta identico al passato. Nella maggioranza dei casi le liste dimostrano plasticamente il potere dei leader sui partiti e la loro voglia di plasmare gruppi parlamentari assoggettati. Non è un obiettivo nato nel 2018 ma viene perseguito da almeno vent’anni da tutti i segretari di partito. Stavolta c’è una ragione in più. Nessuno sa con certezza quello che accadrà dopo il voto e allora servono deputati e senatori pronti a sostenere, ad esempio, accordi con altre forze politiche per dar vita eventualmente a governi del presidente, tecnici o di altra natura. E così nella Lega Salvini ha fatto fuori i fedelissimi di Maroni che potevano avere tentazioni di votare esecutivi da larghe intese. Ragionamenti analoghi sulla fedeltà sono stati fatti da tutti i partiti. Forza Italia ha sostanzialmente confermato l’attuale classe dirigente e immesso volti giovani ma il partito resta modellato sull’immagine di Berlusconi. Pochi ricambi anche a sinistra dove intorno a Piero Grasso c’è la nomenclatura degli ex diesse e dei vendoliani.

I cinque stelle hanno operato molte novità aprendosi alla società civile e sono sicuramente il movimento che ha fatto uno sforzo in più rispetto al 2013. Nei collegi uninominali correranno sportivi, giornalisti, un capitano di fregata, ricercatori, testimoni di giustizia. Esponenti di così tanti mondi che ironicamente Sebastiano Messina ha scritto che “i cinque stelle stanno mettendo finalmente in pratica la profezia di Lenin che non si è mai avverata nella Russia comunista: una cuoca al potere, nella stanza dei bottoni”. E poi c’è il PD. Le liste di Renzi sono state vivisezionate. Per molti commentatori dopo queste candidature non c’è più l’attuale partito sostituito dal PdR cioè il partito di Renzi. L’accusa muove dal fatto che la minoranza è stata notevolmente ridimensionata e i nomi rispondono solo alla logica del capo. Una diagnosi impietosa che però è figlia di quello che è accaduto in tutti questi anni. I partiti hanno perso forza propulsiva e sono diventati megafoni dei leader. Chi non condivide la linea non avendo più spazi di discussione o di “lotta” interna è destinato ad uscire. Si sono così moltiplicati i soggetti politici che nascono e muoiono velocemente e la transumanza da un gruppo all’altro nel Parlamento è aumentata ad ogni legislatura. In tutti i partiti insomma l’opposizione interna è inesistente. Il culto del Capo è comune a tutti e il nome del leader è inserito nel logo.

La Costituzione però non è cambiata tocca sempre al capo dello Stato nominare il Presidente del Consiglio. Bene ha fatto Napolitano a dire che si tratta di una totale mistificazione far credere al popolo che il premier sia eletto direttamente mentre è necessario secondo l’ex Presidente della Repubblica impegnarsi per formare nuove classi dirigenti se si vuole tornare ad una stagione alta della politica che rinnovi il rapporto tra istituzioni e cittadini.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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