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Nei giorni in cui stiamo ricordando i quarant’anni dal rapimento di Aldo Moro si possono fare delle analogie politiche rispetto a quel periodo. Le elezioni del ’76 sono passate alla storia come quelle dei due vincitori (DC e PCI) che non riescono a bastare a se stessi. Allora i “nemici” ideologici, ispirati proprio da Moro, danno prima vita al governo della “non sfiducia” o delle astensioni e poi proprio il 16 marzo del ’78 nasce l’esecutivo con l’ingresso del partito comunista in maggioranza.

Una fiducia inevitabile per consentire ad un governo nella pienezza delle sue funzioni di fronteggiare il terrorismo, la più grave emergenza del dopoguerra e la più sconvolgente degli anni di piombo. Il rapimento Moro e il barbaro assassinio dello statista democristiano chiudono definitivamente quell’esperienza. Oggi, come allora, i vincitori sono ancora due. E’ evidente che non è possibile andare al di là di questo paragone.

Non c’è respiro storico e nemmeno la stessa cultura politica. Siamo in presenza di movimenti più che di partiti e soprattutto Lega e Cinque Stelle non intendono allearsi ma occupare da leader i rispettivi campi da gioco e dunque hanno bisogno di altre strade per arrivare al governo. La capacità strategica di Moro e la determinazione di Berlinguer portarono ad aprire una fase nuova nell’Italia degli anni settanta. Stavolta a dominare la campagna elettorale sono state promesse e paura. Parole d’ordine funzionali a cercare e ad ottenere consensi ma che oggi suonano stonate quando invece occorre trovare intese.

Il primo banco di prova saranno le Presidenze delle camere. Centro destra e cinque stelle potrebbero dividersele, il test è importante ma non risolutivo. Cinque anni fa Bersani per lanciare un amo ai cinque stelle punta sull’elezione di due esponenti della società civile. Laura Boldrini e Pietro Grasso. La legislatura prende però successivamente un’altra piega. Il governo di Enrico Letta nasce infatti sull’asse PD – centrodestra. E nonostante la spaccatura interna all’allora PDL è su questo binario che ha continuato a camminare lungo tutti i cinque anni.

L’orizzonte di oggi appare ancora più vasto e confuso. Qualcuno si è spinto a definirlo una gigantesca matrioska. E così la più piccola riguarda i Presidenti delle Camere ma la più grande è quella del governo. Al momento nessuna soluzione sembra a portata di mano. E così nonostante la freschezza di Salvini e Di Maio e la velocità che entrambi hanno mostrato in campagna elettorale si è entrati in una fase da tempi lunghi. Antonio Polito ha scritto che “si va lenti. Lentissimi. Del governo si comincerà a parlare davvero al Quirinale dopo Pasqua. Dunque è difficile una soluzione prima di maggio, se mai ne troveremo una. La politica italiana è tornata alle movenze da palombaro. Conviene a chi non vuole giocare al tavolo delle alleanze come i due guerrieri Salvini e Di Maio ma conviene anche a chi vuole giocare per riprendersi un ruolo che per ora gli è precluso”.

Il riferimento è al partito democratico. Renzi dopo la batosta si è dimesso. Per ora è lo sconfitto ma troppo giovane per stare a lungo in panchina. In attesa di un congresso toccherà al vicesegretario Martina guidare il partito in questa difficile fase. La linea, per ora è chiara. All’interno una maggiore collegialità e all’esterno la conferma di voler restare all’opposizione perché è lì che gli elettori hanno destinato il partito e garantire eventualmente solo un appoggio ad un governo istituzionale che abbia scopi e mandato limitato. Insomma al momento una sola cosa appare chiara, come ha scritto ironicamente Aldo Cazzullo: passare da Renzi a Martina è come scendere dall’ottovolante per salire sulle macchine degli autoscontro per bambini.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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