di Arturo Aiello *
Ci sono momenti in cui una coppia, una famiglia, una parrocchia, un paese, una città hanno la possibilità di incontrarsi o di disperdersi, di celebrare il “NOI” o di ripiegarsi sul “particulare” di Guicciardini che null’altro è che scegliere il proprio interesse a prescindere dagli altri. Il “Ferragosto Avellinese” e/o “La Festa dell’Assunta”, due approcci diversi che si incontrano in uno stesso giorno, costituisce un momento in cui ricordare o dimenticare, tornare in città o restare al mare “perché quest’anno si muore dal caldo”, decidere di “celebrare” riannodando vincoli o “tranciare” certi fili che ci collegano al passato, ci rendono uomini, esseri in relazione, singoli che scelgono di stare insieme aspettando l’alba. Un tempo, ormai lontano, la provenienza era segno di identità e nel declinare le generalità, all’atto di presentarsi, sempre si rispondeva ad una domanda: “di dove sei?”. “Di Avellino!” si rispondeva con un orgoglio che rievocava una storia, la Torre dell’Orologio, la Dogana, la Fontana Bellefonte, le caldarroste, il vino, le nocciole, il volto dolce della Statua dell’Assunta con gli occhi rivolti al cielo, ma così attenta alle mille tragedie della terra. I nostri figli cosmopoliti, figli degli Erasmus, che parlano correttamente l’inglese che portarono gli Alleati a suon di bombe sulla città (tremila morti!), rischiano di essere apolidi, senza paese, spaesati, senza patria, senza padre né Madre, senza un “borgo natio” cui poter tornare, da cui, irraggiando, prendeva consistenza il mondo intero.
Una festa non risponde ad una legge del calendario o ad una semplice scadenza, ma è una scelta fatta insieme per raccontare una storia, per incontrarsi e salutarsi per il Corso, per aggiornare profili, per scendere nel Centro Storico fino alla Cattedrale e incontrare la Madre e con Lei la nostra infanzia e quella della città. Nell’immagine dell’Assunta non c’è solo un’adesione di fede, ma il simbolo di una intera civitas che vuole innalzare lo sguardo oltre le guerre, oltre gli schieramenti politici, oltre i problemi economici, oltre lo spopolamento dell’Irpinia, oltre il diradarsi del mercato del lavoro, oltre la disperazione strisciante che ci accomuna, oltre… La grandezza di un uomo è travalicare, oltrepassare, trascendere le ristrettezze del presente per immaginare altro. Questo processo di saltare il muro (quello che impediva a Leopardi la visione “dell’ultimo orizzonte”) è un atto di coraggio difficile da innescare da soli, è più facile compierlo insieme. Spero che credenti e agnostici, vicini e lontani, giovani e adulti scelgano di incontrarsi in questi giorni per celebrare un’appartenenza, per manifestare affetto ai luoghi e alle pietre, per sentirsi comunità avellinese sotto l’antica protezione della Madonna Assunta in cielo. Una nota caratterizza la festa di quest’anno ed è il 60° anniversario dell’Incoronazione dell’Immagine dell’Assunta che ci farà ripetere quel gesto in Cattedrale venerdì sera. Mons. Gioacchino Pedicini, Vescovo di Avellino, nel 1966, poneva sulla Statua la corona d’oro simbolo di devozione e di legame con la città. Erano gli anni del boom economico, della visione positiva della vita che animava l’Italia, della lambretta e della cinquecento, del futuro roseo verso cui tutti guardavano con fiducia.
Oggi ci sono meno sorrisi e più preoccupazioni, il pericolo della contrazione numerica per la provincia e per la città, un’identità debole ed un senso di appartenenza al territorio molto labile. Cosa può rappresentare per noi poggiare la preziosa corona sul capo della Statua che passerà benedicente per le strade della città? Corona dice regalità ed indica la Madre come Regina. Nelle corti del Settecento c’erano maree di questuanti che stazionavano fuori della porta della reggia in attesa di ricevere pane, accoglienza, riparo nelle endemiche epidemie e povertà. Così ci presenteremo alla Madre quest’anno con il palmo aperto di coloro che chiedono la carità, come un popolo disperso che chiede unità e prospettive per vivere e per sperare. Il futuro della città è debole nelle nostre mani, ma diventa potente nelle Sue raccolte sul petto nell’atto della preghiera. Anche le mani sono disperse, pendono penzoloni dai nostri corpi impossibilitate alla danza, alla stretta con altre mani, all’impasto del pane, alla carezza, all’abbraccio. La Madre ci insegna daccapo il segno della Croce, prima lezione di fede ricevuta nell’infanzia, che si conclude con le mani giunte, unificate, pacificate tra loro in un tocco che esprime raccoglimento, il più semplice e fondamentale ritrovarsi. Avrà le mani giunte la coppia, la famiglia, la città, nello stupore di ritrovarsi, mano nella mano, mani nelle mani. Mani nelle Sue Mani.
*vescovo di Avellino


