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Sette riunioni del Consiglio dei ministri e due soli decreti legge inviati al Parlamento, la cui attività ad oltre tre mesi dall’insediamento (23 marzo) langue. Se non ci fossero da approvare i provvedimenti “urgenti” ereditati da Gentiloni, deputati e senatori non avrebbero praticamente nulla da fare. Certo, la compagine ministeriale sconta una buona dose di inesperienza, e il primo a farne le spese è il premier Conte; ma Luigi Di Maio non è credibile quando sostiene che il decreto “dignità”, fiore all’occhiello del suo ministero e del programma dei Cinque Stelle non è ancora entrato in Consiglio dei ministri perché “sta facendo il giro delle sette chiese fra bollinature e cose che sto scoprendo solo adesso”. E’ vero che fino a ieri Conte insegnava a Firenze e a tutto pensava tranne che a una carriera politica; ma lui, Di Maio, negli ultimi cinque anni è stato vice presidente della Camera e si è autocandidato premier con largo anticipo: anche se è giovane, una certa dimestichezza con la macchina amministrativa dovrebbe pur averla. E dunque, se le cronache parlano di un governo in surplace come un ciclista che non scatta in attesa di una mossa falsa del suo concorrente, ci deve essere qualcosa che decisamente non va.

La prima cosa che non funziona o meglio che impedisce all’intera squadra di avanzare speditamente e compatta è l’attivismo della Lega a trazione Salvini: partito di lotta e di governo, anzi più di lotta si direbbe, perché da quando il “capitano” si è insediato al Viminale non ha fatto altro che aprire fronti di battaglia in tutte le direzioni: i migranti, l’Europa, le Ong, Macron e Angela Merkel, i vaccini, i rom e i vucumprà, la scorta di Saviano; ora anche più armi per tutti. La prima vittima di questo ininterrotto fuoco d’artificio, inutile dirlo, è proprio il suo dirimpettaio a palazzo Chigi, che per riuscire a brillare di luce propria è costretto a prendere di mira gli ex parlamentari (non quelli che ancora possono votare contro in Aula…); e poi magari fa pure qualche passo falso: uno dei due decreti varati, a sua firma, ha fatto un favore ai benzinai e un danno (mancati introiti) all’erario; e non è certo piaciuto agli automobilisti che alla vigilia della partenza per le vacanze vedono i continui aumenti di prezzo dei carburanti.

Insomma, abbiamo un partito della maggioranza che occupa in parte lo spazio che l’opposizione gli lascia libero; e l’altro che si arrabatta come può. Ma il punto non è solo questo, perché tutti, Lega e Cinque Stelle, Conte, Di Maio e Salvini, devono fare i conti con un problema di fondo, che segnala un limite politico della coalizione che ci governa: i costi. Le ambizioni sovraniste sbandierate in campagna elettorale vengono ridimensionate nell’urto con un’economia in affanno e con la strettoia di un  bilancio irrigidito dal debito: la crescita del Pil è in frenata, la Confindustria lancia allarmi preoccupati, da gennaio si chiude lo sportello finanziario aperto generosamente dalla Bce di Mario Draghi, lo spread è salito di cento punti anche come conseguenza della politica muscolare verso l’Europa.

Ecco: l’Europa, un altro ostacolo sul cammino. Il governo “sovranista” di Roma non poteva non ingaggiare un braccio di ferro con Bruxelles e infatti non si è lasciato sfuggire la prima occasione utile. Oggi, a vertice appena concluso è ancora presto per valutare se è giustificata l’esultanza di Conte, o non hanno invece ragione Salvini ad essere scettico e Minniti che parla di una cambiale difficile da incassare. Certo è però che alzare la voce non sempre paga: il governo italiano ha ottenuto forse una buona parola sui migranti, ma porterà a casa appena un quinto della flessibilità ottenuta da Renzi e Gentiloni, il che significa che dovrà varare una manovra correttiva per chiudere bene il 2018 e fare un bilancio a risparmio per 2019. Vorrebbe dire rinviare il reddito di cittadinanza e la flat tax. Se pretendiamo che l’Europa continui a finanziarci, dovremmo andare ai vertici con un atteggiamento un po’ più accomodante di quello di Salvini a Roma, Insomma, anche il sovranismo ha un costo. Finora, l’unico governo che si può permettere di abbandonare la politica dei mercati aperti e del multilateralismo è quello americano di Trump. Anche Theresa May è in difficoltà con la Brexit. Figuriamoci Giuseppe Conte.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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