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Il Matteo Salvini che si fa Stato e minaccia di destituire i sindaci ribelli che si rifiutano di applicare i commi di una legge ritenuti lesivi dei diritti umani e delle proprie competenze amministrative, rappresenta la fase terminale dell’evoluzione dell’indipendentismo padano che fu all’origine della Lega. E’ come se dopo il vittorioso scontro di Legnano Alberto da Giussano, invece di rientrare nella leggenda dalla quale era provvisoriamente uscito, si fosse insediato sul trono imperiale di Aquisgrana al posto dello sconfitto Barbarossa: impensabile ma possibile nell’Italia gialloverde che si continua a nutrire di un elevato consenso popolare ma pagando un prezzo esorbitante al camaleontismo politico che un tempo si chiamava pudicamente trasformismo e oggi si ispira piuttosto alle prodezze del mago Zurlì.
In effetti, il ministro dell’Interno che più centralista non potrebbe essere, è poi lo stesso che rivendica per i suoi plenipotenziari regionali un’autonomia che “vale più del governo”, come ha detto il lombardo Fontana, o quello che solo due anni fa incitava i sindaci al boicottaggio di leggi invise sul matrimonio e il diritto di famiglia, e a Natale pretendeva di legiferare pure sulle statuine del presepe, che siano rigorosamente ariane e dotate di regolare passaporto. Si potrebbe pensare che il carnevaleè iniziato in anticipo sul calendario, e invece si tratta più banalmente dell’evoluzionedi una deriva populista che si va progressivamente tingendo di colori sudamericani, ispirandosi questa volta più al Brasile di Bolsonaro che all’Argentina di Peròn, troppo buonista per i tempi che corrono. E’ la conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il populismo più genuino e potenzialmente vincente è quello che dal vertice della piramide politica si collega direttamente con la base, travolgendo tutte le articolazioni del potere, i corpi intermedi, le autonomie e ogni altro riferimento comunitario. C’è solo un Capo, che ha sempre la divisa o il prodotto giusto per ogni platea, e un popolo osannante che non si pone troppe domande mentre segue il suono del pifferaio magico. Di fronte al populismo di governo, il populismo dei sindaci, già bollato sprezzantemente da Massimo D’Alema (che li chiamava “cacicchi”) cede il passo, perché la lotta è impari.
Ci si chiede: fino a quando? Certamente fino al prossimo appuntamento elettorale, cui Salvini guarda come alla resa dei conti, non tanto con un’opposizione ancora sotto shock, quanto con i provvisori compagni di viaggio a cinque stelle che stentano a misurare l’abisso in cui si stanno cacciando, privi come sono di uno straccio di programma che vada oltre l’esasperazione della protesta che li ha portati fino a palazzo Chigi e oggi chiederebbe atti di governo in grado di contrastare l’onnivora rapacità leghista. Dal balcone del potere conquistato a furor di popolo, Luigi Di Maio è costretto a sventolare la bandiera centralista della Lega anche per nascondere le difficoltà in cui si dibatte la sua misura-monstre, quel reddito di cittadinanza che dovrebbe far dimenticare il fallimento del “decreto dignità”, che da agosto in poi ha solo prodotto precarietà e disoccupazione. Il Reddito non è ancora legge e già si moltiplicano le norme che dovrebbero renderlo fruibile, in un groviglio da cui giorno dopo giorno entrano ed escono categorie di beneficiari, criteri di assegnazione, importi, “navigatori”, e padrini del lavoro che non c’è. Mentre è già legge, dal primo gennaio, il taglio dei vitalizi parlamentari, concepito per soddisfare l’ansia giustizialista del popolo, che però pare destinato, a regime, ad alleggerire il bilancio delle Camere in misura inferiore a quella determinata dalla selezione naturale degli ex onorevoli e familiari superstiti. Per tutti, la sveglia suonerà a fine maggio; e non mancheranno sorprese.

di Guido Bossa

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