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Crisi? No grazie! Abbiamo scherzato! Siamo alle comiche finali: si sta sfiorando il ridicolo! Salvini: non voleva sfiduciare Conte o, almeno, ci ha ripensato. Sarebbe disponibile anche a fare Di Maio Presidente e, per dimostrare la sua buona volontà, ha ceduto a Conte sullo sbarco dei minori dalla Open Arms. Domani si vedrà in Senato dove il Presidente Conte farà le sue comunicazioni sulla crisi. Se resterà fedele a quanto ha già detto sulla slealtà di Salvini nella conferenza stampa della scorsa settimana e ribadito nella recente lettera aperta, dovrà formalizzare la crisi e recarsi al Quirinale per rimettere il mandato nelle mani del Presidente. Mattarella. Non si può pensare che Di Maio cada nella trappola e che Salvini, a questo punto, con una girandola degna di un saltimbanco, voti la fiducia a Conte.

A questo punto le carte tornano in mano al Presidente Mattarella che, Costituzione alla mano, dovrà verificare, secondo le modalità che ritiene più opportune, se in Parlamento c’è una nuova maggioranza e, in caso negativo, promuovere un nuovo governo per gestire le elezioni, non potendo permettere che lo facesse, per ovvie ragioni, l’attuale ministro dell’Interno.  Con l’apertura formale della crisi la parola torna ai partiti che dovranno assumersi la responsabilità di porre fine alla legislatura o dare al Paese un Governo, di alto profilo istituzionale e politico, che lo faccia allontanare dal burrone nel quale sta precipitando e impedire che una destra sovranista e sciovinista si impossessi del potere. Cosa possibile in una competizione anticipata con la Lega che naviga con il vento in poppa e con Salvini che chiede i pieni poteri appellandosi al popolo nella convinzione di esserne legittimato e di rappresentarlo tutto anche se i voti presi alle ultime elezioni europee rappresentano meno di un quinto degli aventi diritto.

Una nuova maggioranza parlamentare è assolutamente legittima e corretta, non solo costituzionalmente, ma anche politicamente non essendo, il governo giallo verde, stato votato dagli elettori ai quali i due partiti si erano presentati in opposizione fra loro, anzi la Lega in coalizione con F. d. I. e F.I. con i quali sta ancora insieme a livello locale. Infine, secondo le regole della nostra democrazia parlamentare, il popolo è chiamato alle urne alle scadenze naturali, non essendo previsto da nessuna parte che siano i sondaggi a stabilire quando si vota. I partiti dovrebbero fare tutti un passo indietro, avendo a cuore esclusivamente all’interesse nazionale, e regolarsi di conseguenza senza farsi condizionare dal comportamento del passato. La politica è ancorata al presente e alla soluzione dei problemi come si presentano nel momento delle decisioni. Il PD deve mettere nel conto una intesa di legislatura con i 5 stelle; non un “accordicchio” provvisorio rivolto ad evitare le elezioni anticipate, e promuovere ma un Governo di alto profilo morale e professionale. Le personalità per guidarlo non mancano: non Renzi o Di Maio e meno che mai un Di Battista, ma personalità di rilievo e competenza riconosciuta non soli in Italia. Ai nomi, che già circolano sui giornali: Veltroni, Letta, Cantone, Cassese se ne possono aggiungere altri come Draghi che sarebbe la migliore soluzione. Il M5S dovrebbe fare due passi indietro: rinunciare ai ministri che hanno votato i provvedimenti vergogna di Salvini e abolire quelli indegni di una civiltà occidentale come i decreti sicurezza uno e due, la legge sulla (il)legittima difesa, la chiusura dei porti. Non si dovrebbe rifinanziare quota cento e si dovrebbe correggere anche il reddito di cittadinanza. Quanto al resto del programma, è presto detto: lavoro, scuola, investimenti, lotta alle disuguaglianze e aiuto alle periferie, rinegoziazione degli accordi di Dublino sui migranti e nuovi rapporti con L’Europa, nomina di un commissario di valore (Cottarelli?), un grande piano di lavori pubblici per la manutenzione, la messa in sicurezza di strade, acquedotti, scuole, e territorio,  riduzione drastica del cuneo fiscale (altro che flat tax), lotta all’evasione fiscale (moneta elettronica), abolizione dell’art. 18, niente autonomismo differenziato e un coraggioso piano di sviluppo del sud. Se i cinque stelle vogliono davvero il cambiamento la strada non può che essere questa. Nel PD non saranno Renzi o Calenda a dettare l’agenda. Per adesso auguriamoci che non sopraggiunga la notte della democrazia e ripetiamo con il grande Eduardo che: “Addà passà ‘a nuttata!”.

di Nino Lanzetta

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