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Saverio Festa, ripensare l’Europa e il modello austriaco

“Francesco Saverio Festa ha rappresentato con il suo impegno un ponte tra culture e storie diverse, tra questa città e il mondo. Ma i ponti sono fatti per essere percorsi. Non mi sembra, invece, che non si sia fatto questo fino ad oggi ad Avellino, al di là del momento difficile che viviamo. La sua eredità non è stata ancora raccolta”. Non nasconde la sua amarezza Ugo Santinelli, ad un anno dalla scomparsa del professore Francesco Saverio Festa. Insieme al professore Tommaso La Rocca, filosofo e amico di vecchia data di Saverio Festa, ha curato la pubblicazione degli atti del convegno “L’identità dell’Austria e dell’Europa tra le due guerre”, tenutosi a Roma nel febbraio del 2019, Susil edizioni. A caratterizzare il volume i contributi di Saverio Festa, Piergiorgio Grassi, Tommaso La Rocca, Luca Lecis, Angelo Maria Vitale, Riccardo Cavallo, Alessandra Schininà, Gabriella D’Onghia, Marcella D’abbiero, Antonella Gargano, Silva Bon, Derek Weber. Le norme imposte dal governo per contenere il disagio hanno costretto a rinviare ad ottobre la presentazione, organizzata in collaborazione con il Centro Dorso. Un incontro che avrebbe dovuto essere l’occasione per ricordare il filosofo ragioniere, nel segno di un tema a lui particolarmente caro. “Ad emergere dagli atti del convegno – prosegue Santinelli – la crisi politica e sociale che caratterizzò l’Europa tra le due guerre, una crisi che sembra richiamare il tempo presente. L’Austria si fa sintesi con la sua storia dell’evoluzione dell’Europa. Ritroviamo nella pubblicazione saggi di varia natura che spaziano dall’architettura alla psicoanalisi fino all’intervento di Silva Bon sull’area grigia, sulle contraddizioni della burocrazia, che caratterizzano ogni periodo di crisi. Così il porto di Trieste diventerà durante la guerra lo spazio dove troveranno rifugio molti ebrei che fuggivano dall’Ungheria. Purtroppo, guardando al passato e al presente è evidente come la storia non sia mai maestra di vita. L’Europa continua ad essere uno spazio indefinito, siamo dei giocolieri costretti a fare i conti con le difficoltà di conciliare sogno e realtà. Sarebbe bello, invece, che progetti come l’Osservatorio Vardaro andassero avanti ma è chiaro che anche attività come queste dovranno essere reinterpretate alla luce della cesura rappresentata da questa emergenza”. Spiega come “è sempre più difficile per la cultura resistere in tempi come questi. La Rete è invasa da proclami e parole, diventa fondamentale fare di questo strumento uno spazio per dare attenzione a ciò che conta”. “Saverio era appassionato della cultura austriaca – spiega La Rocca – perché considerava l’Austria un microcosmo dell’Europa, costretta a fare i conti con un processo durissimo di costruzione della propria unità, dopo la fine dell’impero asburgico. Risale al 2007 il primo convegno dedicato all’Austria nelle due guerre, da lui organizzato e ripreso poi lo scorso anno con un confronto ad ampio raggio a Roma. Questa pubblicazione che riunisce gli atti del convegno, a cui lui teneva tanto, vuole essere una pietra su cui scolpire il nome di Saverio. Lo appassionava la ricerca di un dialogo fra le diverse culture che aveva caratterizzato l’identità austriaca e insieme europea. Era convinto che questo dialogo potesse avvenire solo partendo dalla cultura, andando al di là dell’unità economica e politica. Purtroppo, invece, l’Europa fa ancora oggi molta fatica a trovare questa unità. L’emergenza rappresentata dalla lotta al covd19 poteva essere l’occasione per ripartire mentre i fatti dicono il contrario. Ma oggi più che mai diventa fondamentale rilanciare l’idea di Europa. Ci credeva anche Saverio che cercava le radici comuni dell’identità europea nell’impero romano, nel Sacro Romano Impero fino all’impero asburgico”. E sulla lezione di Festa “Aveva il coraggio di un intellettuale onesto, un coraggio che aveva appreso dal suo maestro Italo Mancini, gli piaceva indagare i terreni culturali di confine, dal cristianesimo al marxismo progressista fino alla destra. Nel suo orizzonte culturale riusciva ad accettare tutto”. A ricordarlo anche gli allievi su Poi Review: “Come insegnante, il suo primo interesse era che la ricerca dei suoi studenti, soprattutto quelli che lo avevano seguito più assiduamente, rimanesse viva e i loro risultati non si appiattissero sulle sue posizioni. Per questa ragione, rispediva qualunque domanda secca al mittente e, nei rari casi in cui rispondeva a un quesito ben posto, non lo faceva mai in modo netto. L’unica certezza con cui si lasciava ogni suo corso è che ‘non ci sono soluzioni confezionate’. La missione che riteneva di dover portare avanti, con passione difficilmente eguagliata, era quella di “insegnare a far funzionare la zucca”. Con un immancabile pizzico di ironia (e invero con quel costante miscuglio di orgoglio e umiltà) ribadiva costantemente che, non essendo lui un “professore”, non avendo per l’appunto “nulla da professare”, e tantomeno un maestro, non poteva avere allievi. Ma se Saverio Festa non fu un maestro, è stato senz’altro l’energia propulsiva da cui sono scaturiti tanti progetti e iniziative, che avevano in lui una delle principali figure di riferimento.”. “Francesco Saverio Festa – spiega il giovane studioso Vincenzo Fiore – se ne è andato esattamente un anno fa, il 25 marzo 2019, lasciando al tavolo della cultura cittadina e meridionale un posto vuoto, un’assenza pesante. Lui che, parafrasando Weber, di cui consigliava la lettura, era docente per vocazione e non per professione. Un silenzio assordante quello che si è trascinato con lui, in un panorama culturale che spesso viene compensato soltanto da rumori privi di contenuto. Festa era un faro che illuminava, ma che amava nascondersi, e ora che non c’è più in giro brillano solo lucciole”.

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