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Al netto dei possibili e già annunciati colpi di coda sul piano giudiziario e non solo del presidente sconfitto ma non ancora domo, la lezione americana dello scontro Trump-Biden segnala una battuta d’arresto del populismo inteso come rivolta contro la classe dirigente in quanto tale, a prescindere dai suoi meriti o dai suoi difetti, dalle sue capacità di governo e dai compromessi cui si piega per mantenere il potere. A battere il populismo e la sua proiezione sovranista è stata la palese inadeguatezza di cui ha dato prova nei quattro anni nei quali ha proiettato il suo leader al posto di comando dell’unica superpotenza rimasta sulla scena del mondo. Incapacità di far fronte alle proprie responsabilità che è emersa drammaticamente di fronte alla sfida globale della pandemia che ha colpito gli Stati Uniti più severamente di ogni altro Paese, con numeri di contagiati e di vittime superiori a quelli dell’India, del Brasile e dell’Africa.

E’ inutile nasconderselo: al di là della composizione del collegio elettorale quale emergerà dalla conta finale dei voti espressi nei 50 Stati, è stata la corsa del virus a decretare la sconfitta del tycoon che fino a gennaio scorso aveva mantenuto le sue promesse di legge, ordine, suprematismo bianco, emarginazione delle minoranze, discriminazione razziale, alleanze internazionali ambigue. Se si fosse votato all’inizio di questo 2020 o anche solo qualche mese fra, Trump avrebbe probabilmente vinto: ha perso perché si è rivelata per lui letale la chiamata alle armi della sua base elettorale, quella che i vedovi, italiani e non solo, del trumpismo chiamano “America profonda” e che è un impasto di egoismo piccolo borghese e aspirazioni al predominio mondiale da esercitare senza sobbarcarsi le corrispondenti responsabilità. L’appello di Trump ai suoi ha suscitato per reazione la mobilitazione di tantissimi simpatizzanti democratici fino a ieri silenti o semplicemente inconsapevoli dei rischi che il Paese avrebbe corso consegnandosi definitivamente al demagogo per eccellenza; e così nel voto anticipato, per posta o in presenza si è sorprendentemente coagulata una maggioranza di americani, forse provvisoria e certamente diversamente motivata, che però ha avuto l’effetto di far rifluire la marea montante del discredito antiistituzionale, dell’opportunismo, della spregiudicata propaganda a basso costo.

L’altissima affluenza ai seggi, in un paese che in genere preferisce delegare ad altri la scelta dei propri rappresentanti, dimostra che il presidente in carica ha evocato un fantasma – quello dell’impegno personale e della partecipazione – che gli si è inaspettatamente rivoltato contro. Da rilevare che nello scontro tra due visioni del mondo e della politica, è uscito vincitore non un campione del rinnovamento progressista, come furono John Kennedy nel secolo scorso e poi Bill Clinton e Barack Obama, ma un grigio rappresentante di quell’establishment elitario che Donald Trump pensava di aver mandato definitivamente in soffitta liquidandolo come il “sonnacchioso Joe”; e ancora che il parziale successo dei candidati repubblicani al Senato e alla Camera dimostra che anche nell’America fortemente segnata, in negativo, dal trumpismo si può riaprire una sana dialettica democratica fra conservatori e progressisti. Una lezione anche per l’Italia, dove pure populismo e demagogia saranno presto costretti dal dilagare della seconda ondata del contagio a fare i conti con la realtà.

di Guido Bossa

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