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Nicola Prebenna pubblica “In rime sparse”

Dopo un’abbondante messe di interessanti e significativi lavori, che spaziano dalla narrativa alla poesia, dalla critica letteraria alla saggistica, Nicola Prebenna ci fa omaggio di una nuova raccolta poetica, In rime sparse, per i tipi dell’editrice siciliana dell’Accademia Internazionale ‘Il Convivio’, nota anche per la bella e stimolante rivista di Poesia Arte e Cultura.

Come ben sottolinea Giuseppe Manitta nella Prefazione, troviamo nella citata silloge “la sintesi della poesia ideale italiana, da quella petrarchesca [Il Canzoniere in Al canto del gallo] a quella leopardiana, rivolta al tempo presentecon un chiaro richiamo a La ginestra, o il fiore del deserto del poeta di Recanati in Uniti si vive. I due carmi menzionati di Prebenna sono l’A e l’Ω del frutto del suo nuovo corpo poetico. Non è un caso, dunque, in relazione all’affermazione di Manitta, se l’opera che precede il presente lavoro, un’Ode sul Covid 19, ha come titolo l’apertura del I canto del Purgatorio, dopo l’uscita di Dante dalle bolge infernali, Per correr migliori acque, in stretta assonanza con la tetra notte dell’inferno della pandemia, non ancora del tutto risolta, tanto da dover percorrere ancora la strada di un locus indeterminatus (così definisce San Bonaventura lo stesso Purgatorio), pieno di fiamme, in evidente correlazione con il fuoco terreno purificatore: soltanto un “novus ordo saeclorum” (affermazione dell’autore) può aprire la strada alla speranza di una definitiva risoluzione dell’oscuro e ferale morbo, unitamente ai grossi problemi socio-economici ad esso connessi.

     Un sapore fortemente empedocleo connota il tutto, supportato da una robusta e corposa formazione classica dell’autore: terra, acqua, aria e fuoco, le quattro radici eterne (rhizòmata) del filosofo-poeta agrigentino fungono da elementi naturali e da sezioni ben definite dei vari carmi. Al tempo stesso l’intera raccolta poetica, al pari del nostro mondo, ne connota l’intrinseca unità, le cui membra, le “rime sparse”, si muovono come l’anima nel corpo vivificandolo.

Quanto esposto finora, se da un lato rappresenta la struttura formale della raccolta, dall’altro ne sostanzia il contenuto, che è terreno, umano, molto umano, al pari dei quattro elementi empedoclei, che ancora una volta richiamano alla mente le affermazioni del filosofo di Agrigento: “E te Vergine Musa dalle bianche braccia, che sei molto festeggiata, te io prego, che mi mandi il docile carro dal regno della pietà, per quanto è diritto che sappiano i mortali”.

In una società globalizzata come la nostra, espressione della “modernità liquida”, per usare la folgorante definizione di un pensatore di vaglia, Zygmunt Bauman, in cui l’effimero, il fugace la fanno da padrone e la stessa cultura “liquido-moderna” è divenuta “cultura del disimpegno, della discontinuità e dell’oblio”, la poesia di Prebenna si fa maieutica, autentica lezione dialogante, musica dell’anima. Essa nasce cristallina da un Nero seme (titolo di uno dei carmi), dall’inchiostro, che a mo pensare come il naturale e ideale abbrivo della silloge, i cui carmi non sono mai mera comunicazione, ma fattisi pura espressionesensus inditus, racchiusi nell’eleganza del verso, ammaestrano e guardano alla pace, quale “seme fruttifero di rinata umanità”, stemperando le illusioni, le snervanti attese, l’affanno, il male di vivere dell’uomo di oggi.

Volutamente il poeta apre la sua raccolta con Al canto del gallo: esso con il suo monotono e ripetitivo verso rappresenta simbolicamente l’incipit aurorale della sua nuova silloge, ma anche e soprattutto l’annuncio di un nuovo giorno, dei primi vagiti della vita di un bimbo, che come tali sono sempre sofferti, di attese illusorie di quanti anelano a superare le Colonne d’Ercole di un futuro ignoto che un altro giorno riserva o di quanti, in senso ultraterreno, le hanno già superate, fagocitati dalla tetra notte del giorno da poco trascorso, dall’oscura Signora in una altalenante lotta di contrari: vita-morte, giorno-notte, amore-odio, gioia-dolore, ecc. Soltanto l’unione, l’amore per il compagno o la compagna della propria esistenza (vedi Giorno nuovo), per i propri cari (vedi La carezza dell’alba), per le proprie radici, che fanno sentire ognuno di noi “figlio dell’amore, fiore cresciuto / a dispetto dell’arsura del deserto / e del tempo avaro che tutto divora” (Radici), l’afflato del vicino, il Noi possono attenuare e farci superare l’ansia, la paura, il disagio del vivere nella tempestosa navigazione nel mare della vita o vincere, contrastando quel fuoco onnivoro degli eventi naturali devastanti, come la ginestra, di leopardiana memoria di Uniti si vive. Sono le potenti energie che sprigionano l’amore, la solidarietà, la fratellanza, la condivisione l’ancora a cui aggrapparci: esse soltanto possono salvare l’uomo di oggi dal solipsismo, dalla solitudine e restituire a tutti noi una parte importante di Noi, nel ripristinare quel paradiso perduto, quell’armonia che il correre frenetico e senza meta ha spezzato (vedi Corrono tutti). A questo carme fa eco quanto, tra mito e storia, richiama alla mente l’Ars amatoria di Ovidio (II, 21-96): Il volo di Icaro, la cui struttura evocativa si muove in uno spazio interiore, psicologico, che nel mostrarci o narrarci una storia, quella personale del poeta, ci comunica il desiderio, che con ellenistica saggezza guarda all’auspicato conseguimento di resurrezione interiore e anelata serenità dell’animo, che si appalesano nella figura ammonitrice di quel “saggio padre”, figura simbolica di una filosofia di vita, intesa come medicina dell’anima.

La poesia di Prebenna, attraverso una versificazione agile e corposa al tempo stesso, si fa voce che grida con tutta la forza che ha in gola, nell’invitarci a riflettere non soltanto su quanto avviene intorno a noi (vedi Lamento del circo), ma anche e soprattutto su quanto accade e v’è dentro di noi. Essa si presenta come scandaglio che sonda i fondali della nostra esistenza e del nostro rapporto col mondo.

Come scrive Antonio Damasio in Emozione e coscienza, è quest’ultima che ci permette “di conoscere il dolore e la gioia, di conoscere la sofferenza e il piacere, di sentire imbarazzo e orgoglio, di essere addolorati per un amore perduto o per una vita perduta […]. Non incolpiamo Eva per la conoscenza, incolpiamo la nostra coscienza e ringraziamola anche”. Essa dà corpo e forma alle emozioni che genera: senza di essa non avremmo la conoscenza, frutto succulento della curiositas, che la sostiene e la amplia, mai paga del già noto (vedi Serrate con dolcezza).

Ma In rime sparse, come dal titolo, Prebenna non ci offre soltanto questo, perché tra i variopinti fiori olezzanti, ci fa omaggio anche di quelli dei ricordi, piantati nel tempo della coscienza di bergsoniana memoria, cioè della durata reale del tempo rammemorante, che rivivono in alcuni suoi carmi, come i primi palpiti amorosi, che aleggiano innocenti tra i riccioli d’oro di una ignara bambina: “Brulicava nella mente mia fanciulla/ voglia di tenerezza, e tentava aprirsi/ dei varchi; lei, la bimba ignara/ e solo a me nota, inseguiva gli aquiloni/ perduta tra i riccioli della sua bionda testa./ Il tempo ci avrebbe restituito il sereno/ di innocenti ricordi […] (Rivedo negli occhi tuoi) o così come quel semplice incanto che nasce dalla vista e dal gelido acquoso sapore, nel freddo invernale, dei ghiaccioli, i quali come stalattiti pendono dagli embrici dei tetti, a cui fanciullo succhiandoli si abbevera, unitamente a frotte di compagni, tant’è che “ordinate le cimase, nel tempo presente, / incanalate le acque piovane, strade / e spiazzi puliti per il vuoto di bimbi / altrove prigionieri non c’è eco / dell’incanto semplice nel cuore dell’inverno /, […] di quel che per noi era pura avventura/ e anche per un po’ armonia di natura” (Dalla cimasa antica).

La stessa vista degli artistici obelischi di paglia, di profonda valenza antropologica, che il poeta ha avuto modo di ammirare nelle feste religiose dei paesi vicini (i Gigli di Flumeri e Villanova del Battista, i Carri di Fontanarosa, Mirabella Eclano, Frigento e Torre Le Nocelle), gli richiamano alla mente immagini di un passato recente, che profuma ancora di un’antica sacralità: “la mano larga” del seminatore e di quella stretta di quanti raccolgono il frutto del sudore e della terra, frammisto alle preci corali levate al cielo saturo di divino, sono “germe di bene per la comunità in festa” (vedi Giglio che s’erge).

 Antonio D’Antuono 

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