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5Stelle, riconquistare credibilità

Sono passati tre anni dalla grande affermazione elettorale che consacrò i Cinque Stelle prima forza politica del Paese con il 32 per cento dei voti. Un successo travolgente per un movimento nato solo pochi anni prima. Nell’arco di poco tempo però tutto è cambiato. Da forza anti sistema a forza architrave del sistema, da anti casta a casta il passo è stato brevissimo. Nell’ultimo giuramento al Quirinale il ministro più a suo agio è sembrato Di Maio che solo tre anni fa chiedeva l’impeachment per Mattarella. In una politica liquida come quella attuale, che investe tutti i partiti, i Cinque Stelle dopo aver colmato un vuoto, quello della protesta, non sono stati capaci di trasformarsi e passare dalla fase della demolizione a quella della costruzione. Il cambiamento è stato troppo rapido, tre anni al governo con tre maggioranze diverse segnano un punto di non ritorno. Dal populismo anti europeista al governo presieduto dall’uomo della BCE, quella capacità di rappresentare il malessere della società si è trasformata nella capacità di tutelare un sistema che si voleva abbattere a colpi di “vaffa”. Per ragioni diverse circa un terzo degli oltre trecento parlamentari eletti nel 2018, si è ritrovato fuori dal movimento. Numeri che rendono plasticamente evidente una crisi che è esplosa quando non è stato più possibile tenere insieme l’anima governista con quella delle origini. E’ difficile ricucire gli strappi quando manca anche un luogo fisico per parlarsi, visto che i Cinque Stelle non hanno nemmeno una sede di partito. Nei momenti difficili si sono sempre affidati alle scelte di Beppe Grillo che dopo il fallimento del governo giallo-verde si è inventato un rapporto con il PD considerato fino ad allora il male assoluto e adesso è stato il primo a collocare il Movimento dentro il perimetro dell’esecutivo Draghi. E sempre alla presenza di Grillo, nell’albergo romano che è diventato il suo quartier generale, è stata presa la decisione di affidare il movimento a Giuseppe Conte, che per Di Maio è la figura che potrebbe tracciare il profilo di un nuovo movimento liberale e moderato, una forza chiaramente centrista, atlantista ed europeista. Un processo di maturazione inevitabile per una forza che è diventata di governo e non più di protesta. Un’evoluzione nata tra le convulsioni di una base in rivolta e con Di Battista sempre più fuori dal progetto. Sembra dunque ormai finita la stagione dell’uno vale uno, la scelta di Conte indica chiaramente che c’è uno che vale più degli altri. L’avvocato del popolo come si presentò quando era alla guida del suo primo governo deve adesso indicare una strada ad un Movimento cresciuto troppo in fretta, passato dal sostegno ai gilet-gialli all’europeismo, dall’essere contro ogni istituzione al difendere le istituzioni. Il compito per Conte è in salita perché non sarà facile riannodare i fili di un’unità ormai impossibile, ridare un’anima a truppe sbandate e restituire una credibilità al movimento, in altre parole è chiamato a dare una politica a chi è nato contro la politica. Una sorta di populismo gentile come lo ha chiamato lo stesso Conte e collocare stabilmente i Cinque Stelle nel campo del centrosinistra arrivando col tempo anche all’iscrizione nel gruppo dei socialisti europei e cancellare così definitivamente l’era dell’alleanza con l’euroscettico Nigel Farage. Tappe da percorrere gradualmente ma da attuare perché come ha scritto Ezio Mauro “sarebbe bene che la ricomposizione del sistema avvenisse nella linea delle grandi famiglie europee, recuperando anche in Italia i riferimenti della tradizione e della cultura. Ma per arrivare a questo bisogna che i partiti escano dalla provetta di laboratorio per trovare una storia a cui riferirsi e un popolo da rappresentare”.

di Andrea Covotta

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