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Giuseppe Passaro. Sacerdote e storico di Nusco: fu fondatore della Dc e insegnante di Ciriaco De Mita

Il libro, edito da Mephite e curato da Gianni Marino, racconta un personaggio “fuori dagli schemi classici” e capace di unire alla spiritualità la passione per la politica e il rigore nella ricerca storica

Un personaggio fuori dagli schemi classici, capace di unire alla forte spiritualità, la passione per la politica e il rigore nella ricerca storica, centrale nel percorso della riscoperta della memoria di Nusco. E’ il ritratto di Giuseppe Passaro che consegna Gianni Marino nel volume a lui dedicato, edito da Mephite, “Giuseppe Passaro. Sacerdote e storico di Nusco”. Attivista politico e fondatore della Dc, svolse un ruolo cruciale nella formazione politica dello stesso Ciriaco De Mita, come riconosceva il leader democristiano nella conversazione con Arrigo Levi del 1986, raccolta nel libro “Intervista sulla Dc”. In quell’occasione aveva ribadito la propria riconoscenza nei confronti del suo insegnante di scuola media: “Mi spiegava la storia del nostro paese, l’avvento del fascismo. I suoi giudizi erano pesantissimi, specie sul Re, sulle sue responsabilità, mi spiegò il valore della democrazia e mi educò all’antifascismo… dire che don Passaro mi abbia insegnato ad essere democristiano sarebbe improprio perché mi diede piuttosto una cultura democratica: sono diventato democratico e antifascista mentre c’era ancora il fascismo”.
Fu lui il primo segretario della Democrazia Cristiana di Nusco, incarico che poi dovette lasciare a Giuseppe, padre di Ciriaco De Mita. I suoi studi suscitarono  l’ammirazione di personaggi del calibro di Manlio Rossi Doria e Fiorentino Sullo, che impreziosicono il volume con le loro testimonianze, insieme a quelle di Attilio Marinari, Giuseppe Iuliano e Francesco Barra. La decisione di diventare sacerdote era maturata negli anni di formazione nel seminario di Nusco e Salerno, a cui era seguito il diploma al liceo Tasso di Salerno. Inizialmente affascinato dall’Ordine di San Benedetto, di cui faceva parte l’arcivescovo di Salerno, che durante il periodo fascista si rifiutava di benedire  gagliardetti e di presenziare a manifestazioni politiche, scelse, poi, l’Ordine di San Domenico, in virtù della passione per lo studio e della pratica del Rosario, centrali per i domenicani. Nel 1929  il traguardo della laurea in teologia presso la Pontifica Facoltà Teologica di Posilippo a cui affiancò presto la laurea in lettere a Napoli. Poi l’incarico di vicario curato nella parrocchia di San Giovanni a Nusco, per diventare, infine, canonico della cattedrale.
Malgrado il vescovo Mores gli avesse negato l’autorizzazione a insegnare, nel 1940, con il sostegno di un benefattore, don Raffaele Ressa, fondò la Scuola media parificata Felice della Saponara che confluì in quella pubblica, poi intitolata al presidente Kennedy. Cappellano durante la Seconda Guerra Mondiale, si trasferì ad Avellino insegnando nelle scuole medie Cocchia, Da Vinci e Alighieri, fino ad approdare al liceo scientifico e all’istituto magistrale di Avellino, sempre affiancando l’insegnamento al sacerdozio nella chiesa del Rosario. Ventuno i volumi pubblicati dedicati alla storia del territorio, a partire dalla diocesi di Nusco, tanto da meritarsi nel 1977 il premio per la storiografia. “La sua abitazione – ricorda Filomena Marino – era un cenacolo di studiosi, alcuni giovanissimi come Ciriaco De Mita che apprendevano da lui il latino, il greco, il metodo della ricerca storica e il rigore che essa richiede “perché anche quando si è certi di una notizia, si deve dire ‘si suppone’”. “Pochi mi conoscono  e pochi mi amano – scriveva a pochi mesi dalla morte -. Mi incoraggia una rosea illusione. Qualche tardo nepote, buono e intelligente, tra cento, mille, anni, leggerà con simpatia qualche mio scritto, così, per esempio, come ora io leggo qualche passo di antico scrittore, apprezzerà l’onesto sforzo di pensiero e l’animo retti e la mia eccessiva ingenuità, compatirà l’isolamento spirituale in cui vissi e si sentirà amico devoto”. 

E’ Manlio Rossi Doria nella presentazione a sottolineare l’attenta metodologia nella ricerca che caratterizza il volume “La badia di S. Maria di Fontigliano di Nusco”, ribadendo che “solo attraverso la conoscenza dei dettagli delle storie locali pazientemente e amorosamente raccolti, la storia  del passato acquista piena evidenza e serve a comprendere l’intima essenza della storia del presente”. A rendergli omaggio Fiorentino Sullo  nella presentazione al libro “Antiche chiese campestri in diocesi di Nusco” “Lo conoscevo di vista e di fama, da più di trent’anni.  Qualche suo articolo di fondo era comparso su ‘Il Corriere dell’Irpinia’  nel lontano ‘45-46 quando, anche io, giovanissimo, collaboravo a quel foglio, senza firma e con lo pseudonimo di ingenuus, adottando misure di segretezza perché, ricoprendo la carica di segretario provinciale della Dc, preferivo che il pubblico giudicasse i miei articoli dagli argomenti e non dalla firma. Di Passaro, durante un trentennio quasi avevo perduto il ricordo. Fui impressionato da dal volume della sua produzione che mi fece giungere, in omaggio, nel 1977. Mi pareva impossibile che uno studioso solitario, così amante della documentazione, avesse potuto produrre tanto nel breve corso di un decennio, Quando gli feci visita, alla fine dell’estate del 1978, nella modesta abitazione di Nusco, gli chiesi come aveva potuto condensare in poco tempo così ponderoso lavoro. Mi dette una spiegazione semplice, stupefacente. Le indagini e le ricerche erano frutto della fatica, ignota ai più, che durava dai lontani anni della giovinezza”. Lo stesso Barra riconosce come Passaro “ha sempre respinto la facile apologetica ed è andato con decisione al nocciolo delle questioni, perseguendo con rigore la conquista della verità storica, seguace autentico quale è della fede nella ragione e nella cultura”.

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