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Domenica mattina si riunirà l’Assemblea Nazionale del PD che dovrà eleggere il successore di Zingaretti, le sue dimissioni hanno scosso l’albero dei democratici e hanno aperto un vuoto che adesso dovrà essere colmato. In pole position Enrico Letta e vedremo se toccherà a lui il compito di rilanciare un partito che ha cambiato sette segretari in tredici anni di vita. La discussione interna è dunque monopolizzata dal gesto del segretario e dalla successione e nessuno si soffermerà sul come il PD è arrivato a questo punto. Non c’è stato ancora un vero confronto, ad esempio, sull’alleanza costruita con i Cinque Stelle. Un’intesa nata su un’emergenza e diventata almeno per Zingaretti e i suoi un asse strategico. E ora c’è anche la novità rappresentata dal come interagire con Giuseppe Conte che, non è più il Presidente del Consiglio di un’inte – sa nata in Parlamento, ma il capo di un Movimento alleato e nello stesso tempo concorrenziale. Il punto però non è solo quello di costruire un’alleanza ma quello di uscire da uno stato di grande precarietà, di offrire al Paese la capacità di esercitare una leadership politica e di immaginare un futuro, insomma quello che il partito democratico dovrebbe provare a fare è darsi un’identità mentre è in atto una riorganizzazione del sistema politico. Per usare le parole di un dirigente capace come l’ex parlamentare Gianni Cuperlo, il PD è oggi fortissimo nel Palazzo e debole nel Paese. La vera riflessione da cui partire sta proprio in questa verità. Da troppo tempo, il centrosinistra non vince un’elezione politica. L’ultima volta nel 2006 (quindici anni fa) quando Romano Prodi guidando una coalizione larghissima da Dini alla sinistra più radicale riuscì a battere di misura il centrodestra di Berlusconi. Due anni dopo Veltroni fu battuto da Berlusconi, nel 2013 il favoritissimo Bersani pareggiò e nel 2018 il PD ha conosciuto la più grande sconfitta della sua storia andando sotto il 20 per cento dei consensi. L’anomalia è che nonostante questa serie di insuccessi il PD è al governo, con una breve pausa, da nove anni negli ultimi dieci. Ha governato con Monti, ha guidato esecutivi con Enrico Letta, Renzi e Gentiloni e partecipato ai governi del secondo Conte e adesso con Draghi. Sempre Cuperlo ritiene che lo stare al governo è divenuta l’arte di una classe dirigente sempre più identificata con quella dimensione. Oltre allo stare al governo è totalmente mancata una visione del Paese e un’analisi sui problemi della società e sulla sua evoluzione. Il “vecchio” e saggio leader socialista Rino Formica invita la sinistra a fare una confessione vera e sincera partendo dal riconoscere di aver “sbagliato a non lottare contro il populismo. Se non parte da questo dato di riconoscimento, non c’è nessuna rianimazione del Paese, non c’è una spinta creativa a trovare vie nuove. E’ davvero ben poca cosa una sinistra che si dà come obiettivo stabilizzare il disordine, che altro non è che il classico tirare a campare…è solo un modo per passare la nottata, per sfuggire alla riflessione politica”. Il PD in questi anni questa “confessione” come la chiama Formica non l’ha mai fatta è diventato il perno istituzionale e responsabile di ogni governo al quale ha partecipato continuando a dividersi e proseguendo nella lunga ed estenuante lite tra le correnti. Il motivo fondante per cui era nato, riunire insieme in una cultura di governo le tradizioni cattoliche, riformiste ed ambientaliste, si è di fatto perso e non si intravede nessuna possibile casa comune ma al contrario una serie di piccoli appartamenti ognuno distinto dall’altro. Viene in mente una citazione dell’Eneide “quan – tum mutatus ab illo!”. Quanto è diverso da quel che ricordo.

di Andrea Covotta

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