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I Lupi e il sogno della promozione

Tra pochi giorni cominceranno i play off dell’Avellino che potrebbe, vincendoli, approdare in serie B. Un traguardo importante per una società che è ripartita da un fallimento e che oggi, grazie alla famiglia D’Agostino, potrebbe avere un futuro roseo. Proprio in questi giorni ricorre il quarantennale di una partita che è entrata nella storia dell’Avellino. Il 24 maggio del 1981 con un pareggio contro la Roma i “lupi” riescono a salvarsi in una stagione che resterà la più bella e la più drammatica tra quelle disputate in serie A. La squadra guidata da Vinicio deve superare una serie di ostacoli. Il primo è la penalizzazione di cinque punti subita per il calcio scommesse. La seconda, la più terribile, è il terremoto che si abbatte sull’Irpinia e diventa da allora uno spartiacque, c’è un prima e dopo 23 novembre 1980. La terza è l’infortunio che subisce il gioiello dell’Avellino, il brasiliano Juary che, con i suoi giri intorno alla bandierina del corner dopo ogni angolo, regala momenti magici ai tifosi ed è un personaggio a livello nazionale. Tre macigni, dunque, lungo il percorso, che però viene superato e quell’impresa resta indimenticabile a distanza di 40 anni.  In quell’ultima giornata al Partenio arriva la Roma di Falcao, arrabbiata per l’annullamento del gol di Turone in occasione del match scudetto con la Juventus.  La squadra di Liedholm deve vincere e sperare che i bianconeri perdano per laurearsi campione d’Italia. I lupi, invece, devono fare almeno un punto per non retrocedere in Serie B. La gara si sblocca dopo appena cinque minuti e segna proprio Falcao, ma alla mezz’ora del primo tempo è Massimo Venturini con una “bomba” su punizione a pareggiare. E’ il gol della salvezza, il regalo dal goleador che non ti aspetti a dare la gioia più bella. Venturini è un po’ il simbolo di una squadra che non si arrende mai, che gioca tutte le partite con agonismo e amore per la maglia. Una differenza abissale con il calcio di oggi dove tutto si è ridotto a business e dove purtroppo le cosiddette provinciali oggi fanno una gran fatica a restare a lungo in serie A. Allora oltre all’Avellino, c’erano Ascoli e Catanzaro in un campionato a 16 squadre e non a 20 come ora. Eppure le distanze in campo con gli squadroni del Nord si accorciavano. Oggi il divario è determinato dai soldi e anche le “piccole”, come ad esempio il Sassuolo, è in realtà una società ricca che appartiene ad un colosso come Mapei. Insomma, come scrive Mario Sconcerti c’è “un cambiamento profondo, una specie d’ ingresso nella nostra storia di una superlega naturale. Una gran parte del mondo che fino a ieri aveva pensato di poter essere un giorno competitivo, oggi sa che non vincerà mai. Non è pessimismo, è lungo dato da algoritmo. Non moriremo di inedia, ricalcoleremo semplicemente le ambizioni, come ci è già capitato. In compenso chi ha molta più qualità è perché ha speso molto di più. E questa è una brutta storia nel calcio di oggi, che contiene verità sconosciute e ridistribuisce regole”. Noi affezionati ad un’altra idea di calcio, continuiamo a rimpiangere l’Avellino di Sibilia, degli scatti brucianti di Juary, delle invenzioni di Vignola e della determinazione di capitan Di Somma. Un calcio che non potrà tornare, ma con una seria programmazione e con una società solida, sognare il ritorno in serie A non è impossibile. Del resto in un campionato dove le grandi squadre possono permettersele solo i fondi di investimento è bello continuare a tifare per un club che ha una proprietà irpina e che tra poco avrà anche un suo stadio.

di Andrea Covotta

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