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Gli avvenimenti delle ultime settimane danno l’idea della distanza  tra la concretezza dell’azione dell’esecutivo e lo smarrimento di buona parte del mondo politico. Il primo infatti, dopo aver portato a casa l’approvazione del Next Generation Eu italiano, si è avviato ora a a varare quella riforma della giustizia da tutti invocata a parole. Spesso, però, sotterraneamente osteggiata o dimenticata nei cassetti. I partiti, invece, forse per sfogarsi dal lungo periodo di silenzi forzati conseguente all’emergenza Covid , non hanno trovato di meglio che fronteggiarsi, minacciando sfracelli, su temi – come quelli riguardanti la libertà sessuale e il rispetto della diversità – che avrebbero richiesto ampie condivisioni piuttosto che striminzite vittorie.

Infatti, la settimana scorsa, il Cdm ha approvato la riforma proposta dal ministro Cartabia sul processo penale e di fatto richiesta dall’Ue all’Italia in tempo brevi. Troppa la distanza tra il nostro e gli altri Paesi, soprattutto per la durata dei processi, che penalizza ingiustamente per anni imputati poi prosciolti e le loro famiglie. Ebbene,  le cronache hanno raccontato di quella che, nel linguaggio diplomatico viene definita una vivace discussione. Fatta cioè di impuntature e ultimatum soprattutto da parte dell’ala più intransigente del M5S, restia  a cancellare la riforma voluta dall’ex  ministro Bonafede e assurta a conquista identitaria del Movimento. Ad essi sono seguiti tentativi di mediazione, portati avanti dallo stesso premier in prima persona. Alla fine, culminati – dopo un severo richiamo alla lealtà – in un secco “prendere o lasciare” che ha colpito per la sua determinazione. Avvertimento che segnerà, evidentemente, sempre più la tempistica stretta che l’Italia dovrà affrontare per mantenere fede alle promesse fatte all’Ue. Altro elemento significativo è che il quasi-ma-non-ancora leader del M5S Conte ha marcato la sua diversità rispetto alle modifiche approvate dal fronte governativo pentastellato (Di Maio, Patuanelli, D’Incà, ecc.). Probabile preludio alla sua futura tattica di marcare le distinzioni!

Invece i partiti – messi nell’ombra dalla presenza ingombrante del premier – si sono scatenati anche su materie accortamente dichiarati dallo stesso Draghi fuori dall’orizzonte dell’esecutivo. Così un ddl come quello Zan, figlio di un’altra stagione politica, è stato  dissotterato dal Pd lettiano  come  un’ascia di guerra. Scritto male, è diventato, parafulmine di tutti gli intrighi, le insoddisfazioni, le manovre di partiti che cominciano ad essere agitati anche per l’approssimarsi delle elezione del Presidente della Repubblica. I desideri di rivalse tattiche presenti nel Pd a fronte dei dubbi sotterranamente molto diffusi, le divisioni del M5S, le concorrenze interne al centro-destra, i giochetti di Renzi, gli scavalcamenti di Salvini: insomma tutto questo ha portato all’inasprimento dei toni e all’irrigidimento delle posizioni. Finora è prevalsa la tattica di mettere nell’angolo l’avversario sulla necessità strategica di evitare nuove divisioni al Paese. E sono stati rifiutati tutti gli  inviti a modificare il testo. Stigmatizzati gli avvertimenti della Chiesa cattolica, giustamente preoccupata per la libertà dei suoi adepti di sostenere  la famiglia tradizionale senza incorrere in rischi penali. E ignorate le disponibilità anche delle forze moderate a votare un testo rivisto. Con il risultato finale di lasciare aperte solo due opzioni. Quella di una devastante sconfitta ai numeri in qualcuna delle votazioni segrete. Oppure una prevalenza striminzita su temi che andrebbero affrontati solo grazie ad un ampio consenso, ben al di là delle logiche di schieramento. Infatti, solo con il tempo potrà maturare la necessità di porre fine a qualsiasi intolleranza o discriminazione in campo sessuale, garantendo a tutti i cittadini gli stessi diritti, ma anche piena libertà di espressione! Purtroppo non sembra essere prevalsa la ragione. E’ probabile che ritornerà,  nella segretezza dell’urna parlamentare, l’antica consuetudine italica del trasformismo, celebrata dal famoso adagio:” Guelfo o ghibellin m’appello, chi me dà da magnà (anche politicamente, NdR), vado co’ quello!”

di Erio Matteo

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