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Ventiquattr’ore dopo la clamorosa rottura parlamentare che ha determinato la bocciatura della legge Zan, con il suo strascico avvelenato nei rapporti fra Pd e Italia viva, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha compiuto il miracolo del ricompattamento della maggioranza ottenendo l’approvazione in Consiglio dei ministri di un bilancio dello Stato che manda in archivio tre fallimentari esercizi finanziari gestiti all’insegna del populismo sprecone della Lega e dei Cinque Stelle (governi Conte 1 e 2), rimette ordine nei conti, migliora la spesa sociale, diminuisce le tasse, assicura il consolidamento della crescita economica con percentuali da boom che ricordano gli anni ’60. L’applauso liberatorio dei ministri attorno al tavolo rotondo al piano nobile di palazzo Chigi, così diverso da quello sguaiato delle destre, il giorno prima nell’aula del Senato, ha suggellato il successo di un’operazione politica che nel metodo prima ancora che nel risultato (che tuttavia dal metodo nasce), è figlia di un diverso approccio alla complessità dei problemi che nascono dalla convivenza, all’insegna dell’unità nazionale, di forze antitetiche che già si preparano – una volta conclusa la tregua a suo tempo decretata dal Capo dello Stato –  a riprendere le ostilità. Questione di metodo, dunque. Per raggiungere un obiettivo che massimizza i benefici frutto dei sacrifici compiuti dagli italiani negli scorsi mesi, Draghi non ha fatto ricorso ai canoni e ai criteri della “concertazione”, utile quando c’erano risorse da spartire o cambiali da firmare pro futuro; ha preferito assumersi la responsabilità di una proposta politica forte, presentarla ai suoi interlocutori – partiti di maggioranza e sindacati – e sfidarli a sottrarsi all’obbligo di una condivisione responsabile. Il confronto è dunque partito da una convinzione resa esplicita, secondo la quale “non esiste buona crescita senza coesione sociale”, il che richiede una comune assunzione di responsabilità. Per difendere le sue buone ragioni, Draghi non ha esitato ad abbandonare bruscamente una riunione con i sindacati che si stava pericolosamente incartando. Ora, sul successo dell’operazione politica avviata dal governo pende appunto la minaccia di una mobilitazione che peraltro è agitata da una minoranza delle organizzazioni, ma il risultato politico è già acquisito, e l’applauso dei ministri lo certifica. Ben diverso, invece, il metodo che alla vigilia ha travolto nella Caporetto parlamentare una legge che pure meritava di andare in porto (magari con qualche correzione che pure era sembrata a tratti praticabile), ma che si è infranta contro il muro di opposti preconcetti, figli della irriducibile volontà di imporsi sull’avversario. In un caso la sfida all’ultimo voto ha condannato un principio – la difesa delle vittime di discriminazioni fondate sul sesso, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere – che dovrebbe essere apprezzato da tutto il Parlamento; nell’altro, il dialogo serrato ma costruttivo ha consentito di acquisire un obiettivo che consolida la crescita e conferisce maggiore credibilità al governo italiano che da oggi ospita a Roma i Grandi della Terra.

Si è detto del rischio incombente che il metodo del muro contro muro, della sfida all’ultimo voto possa inquinare, fra poco più di due mesi, la seduta comune del Parlamento per l’elezione del successore di Sergio Mattarella; e ciò potrebbe avvenire se la scelta del o dei candidati rispondesse a criteri di rivalsa o di affermazione di una parte politica: insomma se al Presidente della Repubblica si attribuisse il ruolo improprio del capo di una maggioranza magari composta frettolosamente, mentre il Capo dello Stato, dice la Costituzione italiana, “rappresenta l’unità nazionale”. Il che richiede, anche nelle procedure parlamentari che precederanno la scelta, l’adozione di un metodo che rinunci all’intransigenza preconcetta e sfugga dai trabocchetti che hanno portato all’affossamento della legge Zan.

di Guido Bossa

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