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Gli eroi non hanno eredi nel Paese della mafia. Che è il Belpaese, ribattezzato “il Malpaese”, l’Italia. Essendo, però, un Paese di  religione cattolica, di romana civiltà e  cultura, la mafia è anche mafia devota, mai dimentica dei suoi defunti, specie se morti per morte violenta  per il bene pubblico, sempre riconvertito in lucro per i suoi assassini, non in quanto manovalanza esecutrice (valgono quattro spiccioli) ma in quanto mandanti, sodali del governo locale e nazionale e dei loro partiti e movimenti politici, dei capitalisti, degli affaristi, di molta magistratura, di parte delle forze dell’Ordine, dei Servizi segreti e clientele varie. Insomma, una sorta di Antistato criminale, il cui il vero capo è stato Giulio Andreotti il democristiano e l’uomo politico più votato della storia d’Italia. Perciò, ogni anno, nella triste ricorrenza della loro non naturale dipartita, viene orchestrato  un lungo, accurato rito celebrativo con parole altisonanti e commoventi. Con lo scopo anche di coprire il mondo infernale che, facendo turpi affari e dando la morte, domina la storia d’Italia e dirige e condiziona la vita degli Italiani dalla culla alla bara.      

Così è stato pure in questo trentesimo anniversario dell’assassinio di Giovanni Falcone – trucidato  con 500 chili di tritolo il 23 maggio 1992 con sua moglie, il magistrato Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Antonino Montinari, Vito Schifani, Rocco di Cillo – e di Paolo Borsellino – trucidato anch’egli con una staffetta al tritolo il 19 luglio successivo a via D’Amelio, a Palermo, sotto casa di sua madre, insieme agli agenti della sua scorta Emanuela Loy, 24 anni, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddi Cosina, Carlo Traina.

Tutti eroi questi eroi preceduti o seguiti da altri eroi nella morte per la mano vilmente omicida degli uomini del disonore. Citiamone alcuni, tra i tanti, troppi: il comunista Peppino Impastato (9 maggio 1978), il dottore Giorgio Ambrosoli (11 luglio 1979), il commissario Boris Giuliano (21 luglio 1979), il giudice Cesare Terranova e il suo agente di scorta Lenin Mancuso (25 settembre 1979), l’on. Piersanti Mattarella, Presidente della  Regione Sicilia,  fratello del Presidente  della Repubblica (6 gennaio 1980), il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (4 maggio 1980), il procuratore capo di Palermo Gaetano Costa (6 agosto 1980), l’onorevole Pio la Torre, segretario del PCI siciliano  (30 aprile 1982),  il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa  e sua moglie  Emanuela Setti Carraro  (3 settembre 1982),  il capo della procura di Trapani Giacomo Ciaccio Montalto (25 gennaio 1983), il capo del pool antimafia di Plaermo Rocco Chinnici (29 luglio 1983), il commissario  Ninni Cassarà (6 agosto  1986), il magistrato Rosario Angerlo Livatino (21 settembre 1990), don Pino Puglisi (15 settembre 1993).

Non c’è esagerazione in quel che diciamo circa la responsabilità e le collusioni con il crimine mafioso della Democrazia Cristiana,  il partito-mafia, e, con essa, di parte della magistratura. Qualche esempio. Falcone e’ stato insultato e contrastato da tanti magistrati  e dal Csm, che gli negò l’ufficio istruzione di Palermo. La stessa cosa per Borsellino che si oppose alla trattativa Stato-mafia, stava per essere messo sotto accusa dal CSM e fu assassinato senza che il procuratore di Caltasinetta avesse voluto sentirlo sulla morte di Falcone. “En passant”, la magistratura ha stabilito con sentenza che  gli uomini delle istituzioni che hanno trattato con la mafia, non hanno commesso reato. Borsellino si sbagliava ed è morto inutilmente.

di Luigi Anzalone

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