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Mentre non è ancora definito il quadro dell’alleanza elettorale di centrosinistra (manca il tassello dei Verdi e di Sinistra italiana, che probabilmente troveranno un accordo col Pd), il centrodestra, preconizzato sicuro vincitore delle elezioni sta mettendo a punto il programma che, nonostante gli inviti alla prudenza di Giorgia Meloni, conterrà promesse mirabolanti per tutti: riduzione delle tasse, condoni, aumento delle pensioni e degli stipendi. Ieri Silvio Berlusconi, che in questo non è secondo a nessuno, ha proposto di accorciare di un anno la scuola superiore e di unificare a quattro anni il percorso universitario, che in un Paese che soffre drammaticamente di un deficit culturale e formativo rispetto ai nostri concorrenti europei, sarebbe suicida. Si sa che i programmi lasciano il tempo che trovano, e quindi non è il caso di allarmarsi: qualsiasi governo uscirà dalle urne d’autunno e dalle successive consultazioni del Capo dello Stato si troverà di fronte un deciso raffreddamento dell’economia che tutte le persone serie prevedono, da Mario Draghi alla presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde. A quel punto le promesse elettorali finiranno al macero e si dovranno fare i conti con la realtà. Nell’attesa, converrà soffermarsi su un dato politico che sta emergendo abbastanza chiaramente in queste prime settimane di campagna: i due principali schieramenti che si confrontano – escludendo quindi i Cinque Stelle ed una eventuale alleanza di estrema sinistra – potrebbero essere destinati a sfasciarsi subito dopo il voto per l’emergere al loro interno di contraddizioni insanabili, che già si avvertono. Il pericolo risponde, nei due campi, a nomi precisi, e si tratta non a caso delle personalità che più sono presenti sulla scena in queste ore, quasi fossero o pretendessero di essere i primi della classe: da una parte Carlo Calenda, dall’altra Matteo Salvini. Il primo, che non si accontenta delle condizioni di grande favore che ha spuntato nella trattativa con Enrico Letta soprattutto in termini di collegi sicuri, sta pesantemente condizionando le mosse del segretario del Pd, che vorrebbe riequilibrare a sinistra l’alleanza per non lasciare spazio ai grillini che si stanno riposizionando sull’originale impostazione populista e protestataria. Se nel prossimo parlamento Calenda avrà gruppi autonomi, il patto di comodo stipulato col Pd cesserà di esistere, ognuno andrà per la sua strada e Letta si troverà con meno deputati e senatori di sicura fede progressista. Nello schieramento contrapposto Salvini ha già cominciato a fare il guastafeste pretendendo fin d’ora l’impossibile: l’indicazione dei ministeri chiave (vorrebbe il Viminale per sé o per una controfigura), una politica migratoria e della sicurezza a tolleranza zero, fisco accomodante anche con gli evasori. L’irruenza del capo della Lega, tornato in modalità Papeete anche se non indossa più i bermuda, preoccupa Giorgia Meloni che sta cercando di costruirsi un’immagine di leader responsabile e affidabile grazie alle cure di Guido Crosetto, ben introdotto negli ambienti che contano. Il rischio è duplice: se l’iperattivismo di Salvini si traducesse in voti e seggi per la Lega, la coalizione risulterebbe squilibrata sul versante populista; se al contrario provocasse una reazione di rigetto, indebolirebbe l’alleanza rendendola non più autosufficiente. Insomma, quella che sta iniziando è una partita con più incognite, e l’appuntamento del 25 settembre è solo la prima tappa di un percorso in salita.

di Guido Bossa

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