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L’impressione è che questa volta il bazooka di Mario Draghi abbia fatto cilecca o che abbia sparato a salve. All’indomani del suo intervento dalla tribuna del meeting ciellino di Rimini, teso a rassicurare sulla tenuta del sistema politico alla vigilia di un’elezione vista da molti come un salto nel buio, i giornali registrano segnali minacciosi provenienti dai mercati finanziari e di preoccupazione delle cancellerie europee. “L’Italia ce la farà anche questa volta”, aveva garantito il presidente dimissionario, purché rinunci a tentazioni isolazioniste e protezioniste e confermi l’ancoraggio all’Unione europea e il rispetto delle sue regole. Ed è proprio questo orizzonte, la scelta di campo di cui sembra dubitare la comunità finanziaria internazionale. Un timore rilanciato da un articolo del Financial Times ripreso, forse con qualche enfasi di troppo, dai nostri media. L’attenzione è rivolta al debito pubblico – il più alto delle prime dieci economie del pianeta – e alla capacità del nostro sistema finanziario di assicurarne la tenuta e la solvibilità; ma l’allarme è tutto politico. Del discorso di Draghi è stato colto l’evidente passaggio di fase, dall’esperienza dell’unità nazionale, definitivamente conclusa, ad una “declinazione diversa” della coesione necessaria per garantire “credibilità interna ed esterna”. Questo sembra essere il punto: il ritorno alla “normalità” della dialettica politica rischia di comportare il ripristino di vecchie, cattive abitudini quali la spesa in deficit, la soddisfazione dei privilegi di diversa estrazione, l’allentamento dei vincoli di bilancio. Dall’intervento di Draghi si evince anche la indisponibilità dell’ex banchiere europeo a rimettersi in gioco alla guida di un governo che dovrà avere comunque un “colore politico”, il che toglie dal tavolo una carta di peso (Calenda dovrà rivedere i suoi obiettivi). L’Italia del dopo 25 settembre, insomma, navigherà in mare aperto seguendo la bussola che gli elettori, anche in base alle promesse fatte dai partiti, avranno tarato con le loro scelte. Di qui le perplessità e i dubbi che già fanno del nostro Paese un osservato speciale. Gli appuntamenti sono a scadenza ravvicinata: poche settimane dopo il voto di settembre, quindi a ridosso del passaggio di consegne fra Draghi e il suo successore alla guida del Governo, l’esecutivo dovrà presentare a Bruxelles il documento di bilancio per il 2023, che verrà esaminato con attenzione dalla Commissione e soprattutto da alcuni Governi dell’Unione. Non è un caso se Giorgia Meloni, che sente già in tasca la vittoria e l’incarico governativo, si è affrettata a fornire rassicurazioni sulla credibilità della ricetta economica della destra: non immaginiamo di “rovinare le finanze del Paese”, ha dichiarato alla Reuters, chiarendo: “Abbiamo messo su carta alcune cose che dipendono dai conti dello Stato. La prima cosa che dovremmo fare è la legge di bilancio e abbiamo chiaramente intenzione di farla entro i parametri richiesti”. Propositi rassicuranti, improntati alla cautela, che però fanno a pugni con i programmi elettorali degli alleati di Fratelli d’Italia, che parlano apertamente di “scostamento di bilancio”, un modo elegante per dire aumento del debito. C’è poi l’incognita, ancora tutta da valutare, del costo dell’energia – il gas soprattutto – necessaria per alimentare il riscaldamento domestico ma anche il sistema produttivo, che con l’aumento delle esportazioni ha contribuito alla ripresa economica, ma ora rischia una brusca frenata. Da quel che si capisce, su questo versante l’Italia dovrà cavarsela da sola: il tetto europeo al prezzo del gas non verrà fissato, e non ci sarà più un Draghi a spendere la sua autorevolezza per ottenere un risultato utile.

di Guido Bossa

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