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Dopo otto mesi di bombardamenti reali sul teatro di guerra ed altrettanti di bombardamenti mediatici che hanno cercato di anestetizzare nella coscienza collettiva l’orrore dei massacri, riabilitando la guerra come cosa buona e giusta; dopo una campagna martellante per arruolare l’opinione pubblica nel conflitto attraverso l’identificazione manichea amico/nemico, finalmente si è rotto l’incantesimo.

Dopo le esitazioni iniziali, lentamente sta emergendo nella società italiana la consapevolezza dell’inaccettabilità del grande massacro in corso e la coscienza del pericolo di una escalation incontrollabile che potrebbe farci precipitare tutti nell’orrore che vediamo svolgersi ogni giorno ai confini orientali dell’Europa. E’ la saggezza dei padri, che avevano attraversato la tempesta della seconda guerra mondiale ed avevano introiettato il ripudio della guerra, scolpito con parole definitive nella Costituzione italiana, che si fa nuovamente strada nel cuore della gente. Certamente quella saggezza è stata risvegliata dalle struggenti implorazioni di Papa Francesco, l’unico leader mondiale che ha messo l’umanità tutta di fronte alla responsabilità di rifiutare il linguaggio delle armi e di costruire la pace subito, attraverso le scelte politiche conseguenti. La mobilitazione è iniziata dal basso e si è estesa a macchia d’olio. Aderendo all’appello lanciato da “Europe for Peace”, nel fine settimana del 21/23 ottobre ci sono state manifestazioni in più di cento città italiane che hanno coinvolto 30.000 persone. La mobilitazione è proseguita in preparazione della grande manifestazione nazionale convocata a Roma per il 5 novembre con le parole d’ordine: cessate il fuoco subito, negoziato per la pace, mettiamo al bando tutte le armi nucleari, solidarietà con il popolo ucraino e con le vittime di tutte le guerre. Le adesioni alla manifestazione sono cresciute rapidamente e si sono trasformate in un fiume in piena. Tutti i settori della società italiana si sono mobilitati, dalle grandi associazioni di base come ANPI, ACLI, ARCI, LIBERA, ai più minuscoli comitati di quartiere, ai sindacati CGIL, CISL, UIL, alle associazioni ed ai gruppi espressione delle più varie tendenze culturali. Il mondo cattolico si è mobilitato in modo quasi totalitario, come si desume dall’appello sottoscritto dai Presidenti di 47 associazioni ed organizzazioni del mondo cattolico.

E’ importante esserci tutti, è questo il tempo di gridare ad alta voce per la pace se vogliamo invertire il corso degli eventi che ci sta portando sull’orlo della catastrofe nucleare.

Dopo che è divenuto evidente che il 5 novembre ci sarà una grande partecipazione popolare anche gli esponenti del partito della guerra curiosamente hanno deciso di aderire alla manifestazione per la pace. In una lettera pubblica indirizzata a Europe for Peace, l’on. Marco Furfaro comunica l’adesione del PD alla manifestazione, sulla base di considerazioni  divergenti con gli obiettivi che sono a base della mobilitazione del popolo della pace. “Siamo -scrive il parlamentare del Pd – al fianco del popolo ucraino, rinnoviamo la nostra solidarietà e vicinanza alla resistenza ucraina, che continueremo a sostenere, e adopereremo ogni nostro sforzo diplomatico, in linea con l’Unione Europea e i nostri alleati, per far cessare la guerra e costruire una pace che sancisca le ragioni delle vittime.” Purtroppo le scelte dell’Unione Europea, a traino della NATO, non vanno nella direzione del cessate il fuoco e del negoziato ma puntano all’escalation  del conflitto, come emerge chiaramente dalla scandalosa risoluzione approvata dal Parlamento Europeo il 6 ottobre con il consenso di tutti i parlamentari italiani, esclusi i 5 Stelle. Se Enrico Letta scenderà in piazza sarà una cosa positiva perché si potrà finalmente rendere conto che il popolo non chiede cannoni ma invoca lo stop ai cimiteri. Certo Letta corre il rischio di perdere il timbro di affidabilità della NATO al quale tiene moltissimo, tanto che ha preferito perdere le elezioni e consegnare l’Italia alla Meloni, piuttosto che screditarsi agli occhi di Washington. Il 15 febbraio del 2003 110 milioni di persone scesero in piazza contro la guerra in Iraq. All’epoca si paragonò l’opinione pubblica alla terza potenza mondiale. Quel movimento non riuscì ad invertire il corso della storia. Questa volta non possiamo permetterci il lusso di perdere., ne va delle nostre vite.

di Domenico Gallo

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