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A proposito di Rai Scuola, quando l’indice di ascolto diventa indice dei tempi

Di Leonardo Festa

C’è chi pensa che con la cultura non si mangi, e quindi non stupirà tutti vedere che a breve Rai Scuola cederà le frequenze ad un canale tematico dedicato appunto all’enogastronomia. Il turismo e l’identità vincono sull’ infotainment e l’istruzione.

Questa operazione è lo specchio di un errore significativo: misurare il valore di una trasmissione con l’indice di ascolto, una scelta che diventa così anche indice dei tempi.

Sarebbe infatti sbagliato giudicare l’utilità di un canale come Rai Scuola esclusivamente in base agli ascolti. Stiamo parlando della Rai, cioè del servizio pubblico, la cui missione non può coincidere soltanto con la ricerca del consenso immediato. Il servizio pubblico ha anche il dovere di offrire contenuti culturali, educativi e formativi, compresi quelli che, per loro stessa natura, si rivolgono a pubblici specifici e non necessariamente a grandi masse.

Il mancato successo del canale, andrebbe visto cioè come frutto di scarsi investimenti a monte e come ragione per sperimentare nuovi linguaggi e format. Del resto in questi stessi anni stacrescendo il numero di influencer culturali, a riprova di un bisogno presente e da poter intercettare.

Rai Scuola ha rappresentato uno spazio dedicato alla conoscenza, all’approfondimento e alla divulgazione. I suoi contenuti non erano semplicemente programmi da guardare passivamente, ma materiali che spesso trovavano una seconda vita nelle aule scolastiche. Docenti e studenti potevano utilizzarli per approfondire argomenti affrontati durante le lezioni, integrare i libri di testo o avvicinarsi a discipline e temi attraverso linguaggi diversi e più accessibili.

C’è poi una questione di accessibilità. Un servizio pubblico dovrebbe contribuire a rendere la cultura e la conoscenza disponibili a tutti, senza trasformarle in un privilegio riservato a chi possiede determinate risorse economiche o ha accesso a specifiche piattaforme. Un canale come Rai Scuola offre contenuti gratuitamente e rappresenta, almeno in linea di principio, un patrimonio comune.

In un momento storico in cui si parla continuamente della necessità di investire nell’istruzione, nella formazione e nelle competenze delle nuove generazioni, la chiusura di uno spazio espressamente dedicato alla scuola e alla divulgazione rischierebbe di apparire come una scelta contraddittoria.

Forse Rai Scuola ha bisogno di essere ripensata, aggiornata nei linguaggi, maggiormente integrata con le scuole e con le piattaforme digitali frequentate dagli studenti. Si potrebbe lavorare per rendere i suoi contenuti ancora più facilmente reperibili e utilizzabili nella didattica. Ma ripensare non significa necessariamente chiudere.

Una televisione pubblica dovrebbe avere il coraggio di difendere anche ciò che non produce grandi numeri, ma produce conoscenza. Perché l’educazione non può essere valutata soltanto in termini di audience, e il valore della cultura non può dipendere esclusivamente da quanti spettatori riesce a conquistare in una determinata fascia oraria.

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