di Virgilio Iandiorio
Si può dare una risposta plausibile ad una domanda che, per essere troppo spesso formulata, ha finito con il diventare incomprensibile o meglio, starei per dire, troppo banale? Perché la cultura classica, perché studiare il latino oggi?
Non vorrei sembrare irriverente, ma è un poco come chiedere ad un bambino perché gioca oppure quale vantaggio può derivare dalla sua azione ludica. Credo che ci guarderebbe stupito e non saprebbe darci una risposta. Perché non ci sono risposte.
Allora tutto l’affanno che si pone nel voler dimostrare l’utilità del latino ai giovani studenti, ma anche agli adulti, diventa una fatica inutile? Si indicheranno cento e una ragione intorno alla necessità di conoscere la civiltà classica e studiare il latino; ma tutte, alla fine, poco “comprensibili” perché troppo scontate. Anche le parole quando si logorano perdono il loro significato!
In questo clima di incertezza, come quello che stiamo vivendo, quando sembra smarrito l’orientamento del nostro vivere quotidiano, il ritorno ai classici potrebbe indicarci la rotta. Siamo anche noi alla ricerca di una terra ospitale come Enea, come lo furono nei secoli passati tanti dei nostri antenati europei e non?
Un autore, Isidoro di Siviglia, vissuto in un clima di costante crisi politica nella Spagna dei Visigoti tra la fine del VI e gli inizi del VII secolo, influenzò in larga misura la cultura medievale, con la sua opera Etymologiae in venti libri, un’enciclopedia di tutto lo scibile del tempo, che spiega l’ etimologia di tante parole.
Perché questo riferimento al vescovo Isidoro, che non è certo Cicerone? Forse, perché lui vive la crisi della fine della latinità classica? Ma leggendo la sua opera ho trovato questa sua interessante riflessione. Trattando delle lingue dei popoli, a proposito del latino, Isidoro dice (Libro IX, 6-7, traduzione italiana di Angelo Valastro Canale, UTET, 2004): “Alcuni hanno detto che esistono quattro differenti lingue latine: l’antica, la latina, la romana e la mista. L’antica fu usata dai primi abitanti d’Italia durante il regno di Giano e Saturno: era assai rozza, come dimostrano i carmi dei Salii. La latina fu parlata dai Tusci e dagli altri popoli del Lazio all’epoca di Latino e dei re: in questa lingua furono redatte le dodici tavole. La romana nacque dopo la cacciata dei re da parte del popolo romano: in essa si espressero i poeti Nevio, Plauto, Ennio e Virgilio, nonché, tra gli oratori, Gracco, Catone, Cicerone ed altri. La mista irruppe nella città di Roma dopo l’espansione dell’impero, insieme con nuovi costumi ed abitanti, corrompendo l’integrità delle parole attraverso solecismi e barbarismi”.
Come si può rilevare il vescovo di Siviglia indica delle tappe ben precise nell’evoluzione della lingua latina e tutte legate a particolari cambiamenti politici di Roma. Per cui viene da domandarsi: il latino, che noi oggi vorremmo che fosse studiato, a quale momento politico potrebbe essere riferito? O meglio dopo la lingua latina “mista” è possibile oggi ipotizzare (perché no! anche praticare) una lingua latina “europea”? Vale a dire, il latino legato alla costruzione dell’Unione Europea? E’ stupendo il solo immaginare che un giorno tutti gli europei, al di là della loro condizione economica e sociale, potranno leggere gli autori latini.




La lingua latina è ed sarà una lingua eterna.
Faccio un esempio. Durante il conclave del 1962 voluto da Papa Giovanni XXIII i porporati che non conoscevano l’Italiano o parlavano in inglese o, pensate, pensate, in latino, lingua che si stuaia durante i corsi di teologia.
Sarebbe il caso di affermare:” che dire di più”.
Mi permetto di aggiungere: se si studiasse anche la base del greco, non prenderemmo mai il vocabolario tra le mani per comprendere il significato di una parola.
E si badi bene non sono docente di dette meravigliose lingue.