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Adalbert Stifter in libreria con il “Vecchio scapolo”

Per il diciottenne Victor, cresciuto in un villaggio della Boemia circondato dall’affetto della madre e della sorella adottive, è ora di partire per la città e prestare servizio presso l’amministrazione dello Stato; il ragazzo deve lasciare il rassicurante guscio familiare e aprirsi all’ignoto, con un’unica certezza: non si sposerà mai.

Accompagnato dal suo fedele volpino, senza che all’inizio se ne accorga, Victor percorre sentieri montani immergendosi in una natura che lo accoglie in tutto il suo fulgore: gli vanno incontro abeti, alberi da frutto, distese di grano; lo ristorano le acque di un fiume, di laghi e ruscelli; lo frastornano gli uccelli che volano in ogni direzione; lo incantano i cambiamenti dei colori del cielo – azzurro, giallo dorato, argento opaco. Così, quando nel tragitto spunta qualche figura umana – viandanti, carrettieri, mercanti di bestiame –, Victor sembra venire colto di sorpresa.

Il cammino del ragazzo prevede una sosta obbligata: la visita al fratello del suo compianto padre.

Raggiunta rocambolescamente l’isola dove si è ritirato l’anziano e finora sconosciuto parente, Victor attraversa prati e giardini, incrocia nani di pietra e fontane, sale imponenti gradinate trovandosi infine di fronte a un alto e lugubre cancello di ferro, l’ingresso di una sorta di fortilizio avvolto dalla boscaglia. È lì che vive il vecchio zio scapolo.

Burbero e diffidente, l’uomo si affretta a spiegare al nipote le regole della quotidianità sua e dei domestici e lo informa che non potrà congedarsi subito. La visita di cortesia comincia ad assomigliare a una prigionia per Victor, che non vede l’ora di fuggire da quel luogo remoto e da quel parente tanto cupo. Con il passare dei giorni, però, la coabitazione tra i due prenderà una piega inaspettata mutando completamente il destino del giovane.

Monumento della letteratura di lingua tedesca dell’Ottocento (diversi sono i luoghi commemorativi a lui dedicati, come la Casa-Museo della natìa Horní Planá, l’Istituto-Casa Museo di Linz, la città della maturità, il Museo Stifter di Lackenhäuser in Baviera), con Il vecchio scapolo, Stifter offre forse il più bel racconto sull’incontro tra giovinezza e vecchiaia, qui incarnate da un nipote – candido e gentile, persuaso che per godere della magnificenza del mondo non debba esservi alcuna distrazione, quindi, fermo nel proposito di non sposarsi – e uno zio – brusco, scostante, scapolo suo malgrado.

La ruvidezza del vecchio zio è probabilmente dipesa dal fardello di antiche sconfitte e dal rimpianto per le occasioni perdute che si ridestano con la comparsa del nipote. Ciò però non lo frena dal dimostrargli il suo tenace e disperato idealismo. Nella requisitoria chiarificatrice che segna potentemente le ultime pagine del libro, il vecchio smonta ogni convinzione del ragazzo. Dolenti segreti e vicende familiari lo hanno portato a stargli lontano non per sua scelta. «Avrei fatto di te un’aquila che tiene il mondo nei suoi artigli e, quando è necessario, lo lascia cadere tranquillamente nell’abis­so», dice al nipote. Lo esorta dunque a essere libero di gioire di ogni aspetto della vita, a non ripiegarsi nella solitudine, ad abbandonarsi all’amore di una donna e dunque a sposarsi, magari non subito, magari dopo aver viaggiato «per due o tre anni», ma poi non indugiare oltre. L’amore di una donna scalda il cuore, lui lo sa bene avendovi rinunciato.

Il veemente discorso del vecchio zio contiene la grazia sconvolgente di un sentimento sincero e Victor non trova motivi per resistervi.

La connessione intima con la natura, l’esigenza di una calma pacificatrice e di rapporti umani autentici costituiscono l’ideale di calorosa armonia spirituale – quasi un’utopia sovversiva – che plasmò la sensibilità artistica di Stifter caratterizzandone la poetica.

La tensione morale che soffiava sulla sua scrittura non impedì all’autore austriaco di muoversi nel solco del gotico più grandioso con esiti particolarmente felici proprio nel Vecchio scapolo.

A quarantuno anni dall’ultima traduzione, Carbonio ripropone per la nuova e radiosa cura di Margherita Carbonaro, una gemma letteraria dalla struttura impeccabile, il linguaggio limpido, le immagini smaglianti; un’iniziazione all’età adulta dalla resa superba, un viaggio dell’anima che infiamma ed emoziona.

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Vincenzo Fiore

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