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Annunci e promesse di riforme 

Viviamo nell’epoca delle mediazioni saltate. I leader politici si rivolgono direttamente agli elettori. Dirette social permanenti. Annunci e promesse di riforme, attacchi agli avversari. Nessun dubbio o indecisione. Marco Follini definisce questa classe dirigente attuale ciarliera, volitiva, sbrigativa e disinvolta e sostiene che non ricalca le strade di prima. E’ sicuramente vero.

La riflessione, la lentezza e la mitezza di leader come Berlinguer e Moro non fa parte del bagaglio di chi deve soprattutto esibirsi. Nessun paragone con l’oggi ma c’è una personalità che ha modificato i caratteri della politica italiana ed è Sandro Pertini. L’otto luglio di quarant’anni fa viene eletto Presidente della Repubblica. Ha allora 82 anni. E’ un momento drammatico della nostra vita repubblicana. Moro è stato ucciso il 9 maggio e il capo dello Stato Giovanni Leone si è dimesso travolto da vicende giudiziarie dalle quali uscirà totalmente pulito. Il Parlamento si riunisce per eleggere il suo successore in un clima da assetto di guerra. I palazzi del potere sono circondati dalle forze dell’ordine. La paura del terrorismo è tanta.

In questo clima con DC e PCI che dopo gli anni del compromesso storico sono alla ricerca di una nuova identità l’uomo nuovo è Bettino Craxi che vuole un socialista al Quirinale. Democristiani e comunisti lo accontentano ma sul nome più sgradito a Craxi, quello appunto di Pertini. Socialista sì ma autonomo ed espressione come dice lui stesso di tutto l’arco costituzionale ed infatti lo votano in 832 su 996 aventi diritto. In molti fanno riferimento alla sua età avanzata ma lui risponde subito: chi si illude che duri poco, se lo levi dalla testa. Mia madre morì a 90 anni e solo perché cadde da una sedia e mio fratello ha felicemente raggiunto quota 94. Insomma fa capire che la sua carriera politica è ricominciata. Antifascista, esule in Francia, in carcere con Gramsci, tra i capi della Resistenza partigiana, parlamentare e quindi Presidente della Camera dal ’68 al ’76. Il suo modo di interpretare la figura del capo dello Stato sarà tutt’altro che rituale. Il principale obiettivo avvicinare i cittadini alle istituzioni saltando ogni forma di mediazione. Il suo simbolo diventa la pipa (che peraltro fuma pochissimo) e gli studenti che fa entrare continuamente al Quirinale. Un modo per avvicinarsi alle nuove generazioni, al futuro.

Famose le sue esternazioni a tutto campo, le sue gaffes ma anche i suoi terribili scoppi d’ira. Il Quirinale diventa la casa di un nonno simpatico e collerico.Amato dalla gente un po’ meno dalla politica. I cambiamenti sono anche e soprattutto esterni. Memorabile la decisione di recarsi a Vermicino per seguire la tragica vicenda di un bambino Alfredino Rampi che era caduto in un pozzo. Dal dolore alla gioia. E in tribuna a Madrid per la vittoria ai mondiali del ’82 contro la Germania. Al ritorno gioca a carte in aereo con Bearzot, Zoff e Causio. Durissime le sue parole sui soccorsi latitanti durante il terremoto del 1980. Va a Padova nel 1984 per riportare a Roma la salma di Enrico Berlinguer. Politicamente rompe la tradizione dei Presidenti del Consiglio democristiani. Affida l’incarico di guidare il governo prima al repubblicano Spadolini e poi a Craxi. Le sue scelte controcorrente anticipano e di molto i tempi attuali. Il solco tracciato da Pertini sarà da allora in poi arato da altri che però non hanno la sua statura morale ed intellettuale. La sua integrità e la sua saggezza. Sempre di più però la politica è diventata un campo di battaglia fra eserciti pronti a sfidarsi con le armi della propaganda. E sempre di più si tende a considerare le istituzioni un megafono di un malumore popolare.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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