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Aree interne, Svimar: da settembre confronto serrato con le ferrovie per una mobilità capillare

Il paradosso dei borghi che si ripopolano solo d’estate. “Con treni almeno ogni ora e servizi essenziali, i nostri paesi possono vivere 365 giorni l’anno”

di Rosa Bianco

C’è un’immagine che, più di tante statistiche, dovrebbe far riflettere chi continua a considerare lo spopolamento delle aree interne come un fenomeno inevitabile: quella delle piazze dei nostri borghi che, nelle settimane d’estate, tornano a riempirsi.

Concerti, feste patronali, manifestazioni culturali, sagre: migliaia di persone si riversano nei piccoli centri dell’Irpinia e delle aree interne. Le strade si animano, i locali lavorano, le piazze tornano a essere luoghi di incontro. Comunità che qualcuno, per il resto dell’anno, racconta come «vuote» improvvisamente dimostrano di essere tutt’altro che morte.

Ed è proprio qui che si annida il paradosso.

Se ad agosto quei paesi si popolano, perché dovrebbero essere condannati a svuotarsi negli altri undici mesi dell’anno?

La domanda è tutt’altro che retorica. Perché dietro il fenomeno dello spopolamento non c’è soltanto una presunta perdita di attrattività dei territori. C’è, soprattutto, una progressiva sottrazione di servizi. Quando vengono meno i collegamenti, quando raggiungere un ospedale diventa un’impresa, quando una famiglia deve fare i conti con la riduzione dell’offerta scolastica, quando muoversi per lavoro o per studio diventa difficile, vivere in un piccolo comune diventa oggettivamente più complicato.

E allora il ragionamento secondo cui «nelle aree interne non c’è nessuno e i servizi non sono sostenibili» rischia di trasformarsi in una pericolosa profezia che si autoavvera.

Meno servizi significa meno residenti. Meno residenti significa meno domanda. E meno domanda viene poi utilizzata come giustificazione per tagliare ulteriormente i servizi.

Un cane che si morde la coda.

Ma le piazze d’agosto raccontano un’altra storia.

A riempirle sono certamente i residenti, ma soprattutto tornano i fuorisede, i giovani, le famiglie che vivono lontano e che conservano con il proprio paese un legame profondo. Tornano perché qui hanno radici, memoria, affetti. Tornano perché il territorio continua a rappresentare una parte della loro identità.

Quella folla estiva, dunque, non dovrebbe essere liquidata come una parentesi folkloristica. Dovrebbe essere letta come una straordinaria riserva di energie sociali, culturali ed economiche sulla quale costruire una nuova politica delle aree interne.

È questa la sfida che rilancia la Svimar, convinta che lo spopolamento non sia una condanna irreversibile, ma un problema politico e amministrativo al quale si può e si deve dare una risposta.

«Vincere lo spopolamento non è un’impresa difficile – è il ragionamento alla base dell’iniziativa annunciata dall’associazione – lo dimostrano i nostri borghi che in questo periodo si popolano. Anziché farli popolare soltanto in questi mesi, potrebbero essere abitati e vissuti durante tutto l’anno, a condizione che vengano garantiti il trasporto, la sanità, la scuola e una serie di servizi fondamentali per il cittadino».

E proprio la mobilità rappresenta uno dei nodi decisivi.

Un territorio può avere bellezze paesaggistiche, patrimonio storico, tradizioni, produzioni di qualità e comunità desiderose di restare, ma senza collegamenti efficienti rischia di trasformare ogni opportunità in una promessa mancata.

Per questo la Svimar annuncia che da settembre intende aprire un confronto serrato con il sistema ferroviario, ponendo con forza il tema dell’aumento delle corse e della necessità di una mobilità realmente adeguata alle esigenze delle aree interne.

L’obiettivo indicato è semplice quanto ambizioso: treni con una frequenza almeno oraria, capaci di collegare con continuità i territori, favorendo la mobilità quotidiana di studenti, lavoratori, anziani e famiglie.

Non si tratta soltanto di chiedere qualche corsa in più. Si tratta di rovesciare la prospettiva.

Le infrastrutture e i servizi non devono arrivare quando un territorio ha già perso abitanti. Devono essere utilizzati proprio per impedirne lo svuotamento. Un treno non è soltanto un mezzo di trasporto: è una possibilità di studiare, lavorare, curarsi, incontrarsi, rimanere.

E soprattutto è una condizione concreta per rendere nuovamente possibile la scelta di vivere nei piccoli comuni.

Le aree interne non possono essere trasformate in cartoline estive, luoghi da celebrare durante le feste e da dimenticare quando si spengono le luci delle sagre e dei concerti. Devono tornare a essere territori abitabili, produttivi, connessi e capaci di offrire ai cittadini gli stessi diritti fondamentali garantiti altrove.

Il punto, allora, non è chiedersi perché ad agosto i borghi siano pieni.

Il punto è chiedersi perché a novembre, a gennaio o a marzo non lo siano altrettanto.

La risposta non può essere che «non c’è gente». Perché quella gente esiste. È nelle piazze d’estate, torna per le feste, riannoda i fili con le proprie comunità. E forse aspetta soltanto che le condizioni concrete rendano nuovamente possibile vivere quei luoghi durante tutto l’anno.

La Svimar ha scelto di battere proprio su questo tasto: trasporti, ferrovie, servizi essenziali e diritto alla mobilità come strumenti di contrasto allo spopolamento.

Da settembre, dunque, la sfida riparte dai binari.

Perché se vogliamo che le piazze dei nostri borghi restino vive anche quando finisce l’estate, non servono soltanto eventi capaci di richiamare migliaia di persone.

Servono treni. Servono scuole. Servono presidi sanitari. Servono servizi.

Serve, in definitiva, una politica che scelga di investire nelle aree interne non perché sono già forti, ma perché possano tornare a esserlo.

E la Svimar, su questa scommessa, dichiara di volerci credere fino in fondo.

 

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