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Atripalda, Iandiorio trascrive gli atti del marchese Castriota

AVELLINO – E’ già IIII Edizione per il preside Virgilio Iandiorio che si appresta a presentare al pubblico americano i nuovi titoli su quando la cittadella del Sabato aveva il titolo di Città, prima della nascita del Principato di Avellino, grazie alle traduzioni di Eliseo Danza da Montefusco. Il volume, edito per ricerche scientifiche nelle università americane, è stato pubblicato da ABE Editore della casa editrice ABE Napoli in una II edizione dalla veste dedicata alla formazione della nuova città, grazie anche alle traduzioni da Niccolò Franco da Benevento e del Marchese Castriota di Atripalda, famosi scrittori, giureconsulti e storici del Cinquecento. Chiuderà la serie dei nuovi volumi della ABE Napoli, la storia di Santa Paolina, prima e dopo l’accorpamento a Montefusco, a cura di Arturo Bascetta
«Il rapporto che si stabilisce con la città, o il paese, d’origine – scrive il preside Iandiorio – non è sempre scontato. Si va via da esso e poi si ha voglia di ritornarvi. Il rimanere stabilmente in un posto, a volte assume il sapore di un domicilio forzato; per cui si ha voglia di andare via. Il luogo di nascita, di residenza o di domicilio è parte di noi, ne siamo formati e ne riceviamo le impronte. Quando un luogo è magnificato da quelli che non vi sono nati o che non ci vivono stabilmente, la lode acquista un valore doppio. Perché, si presume, fatta senza motivi affettivi (un figlio che ami i genitori è la regola), senza altri interessi velati o palesi, la lode di un estraneo, di un forestiero, è più significativa e importante di quella di un abitante.
Ho suddiviso questo lavoro in due parti: 1) la lode della città di Atripalda, fatta dall’avvocato Eliseo Danza nella prima metà del XVII secolo; 2) le lettere di Nicolò Franco indirizzate, nella prima metà del XVI sec., a Costantino Castriota, marchese di Atripalda, a testimonianza degli interessi culturali che coinvolgono non solo quella nobile famiglia, ma anche la città. Nell’una e nell’altra parte, l’attenzione è rivolta alla città sul fiume Sabato. La sorte non fu benevola con i Castriota di Atripalda, perché nello spazio di mezzo secolo finirono tutti i discendenti. Le lettere di Nicolò Franco, ci restituiscono un personaggio che fece parlare di sé nella difesa di Malta dai Turchi; non solo, ma anche per i suoi interessi letterari testimoniati dalle sue pubblicazioni.
Cinque secoli fa, il poeta e scrittore beneventano Nicolò Franco, per intingere la sua penna nella satira contro famiglie potenti del suo tempo, finì non in tribunale ma sulla forca a Roma per oltraggiose offese. Nel suo Epistolario, raccolta di lettere su vari argomenti indirizzate a personaggi noti e meno noti, un genere letterario molto in voga nel secolo XVI, l’autore beneventano ne scrive una indirizzata alla Lucerna, la lampada ad olio, con la preghiera di illuminare la sua esistenza con la luce della sapienza e della verità:” Deh cara lucerna mia, se iniquo vento non spiri mai contrario a la tua luce, e se con la vista ci sia concesso da i fati sormontare al cielo, al pari del più rilucente occhio, che tiene il giorno”.
E dalla Lucerna il poeta riceve una lunga risposta. La Lucerna, cioè Nicolò Franco, narra il suo viaggio non nei regni dell’oltretomba, alla maniera di Dante, ma sulla terra, dove l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso si ritrovano nelle forme quotidiane della vita. In questo viaggio nel mondo notturno, la Lucerna incontra per prima le donne, muse ispiratrici dei poeti, ma di bellezza solo esteriore. Che dire degli osti, dei sarti, dei mercanti. Ma la lista è lunga. Ci sono tutte le categorie sociali a combinare nottetempo imbrogli nelle loro attività. Sembrerebbe che da quest’Inferno, non si salvi niente. Eppure un Eden si trova anche sulla terra. E’ il mito dell’Arcadia che non ha mai abbandonato la cultura occidentale, la vita umile e onesta dei campi: “Veggo Allegrezza, che dispersa la maninconia in tutto, attende a sonar sampogne con la melodia di sì dolci canzoni, che i greggi, e gli armenti par che saltino, scherzino, e giostrino al suono, et al canto suo. Vo più oltre, e mentre bolle l’ansia di vedere, vo per lo mondo di cerchio in cerchio peregrinando. Non m’occorre cosa che mi contenti”.

Alla fine del viaggio la Lucerna giunge davanti ad un tempio con due porte, che apertisi mostrano il suo interno. Il potere politico con in testa Carlo V e una schiera di nobili, uomini e donne, amici stimatissimi del poeta. Ma è all’altra schiera, quella guidata dall’Eternità e dalla Fama, che il poeta si indirizza.” Comincio e con piacevolezza, e con prontezza, a far conoscere, ch’io non son qualche Lucerna da dovero, né da stuppino, come forse s’imaginano, et qual’ io mi sia, posso comparire fra tante lampe, e lampane”. Non ha paura il poeta di presentare le sue opere, perché la poesia si affida al “Vangelista Ovidio, che dice il vero”. Alla fine la Fama “pigliandomi per la mano , fa discostare tutte le torce, che accese le stanno intorno: e vuole ch’io stessa faccia luce a la Fama, mentre li legge”. E i poeti” quando volendo scriver la vita, ch’è la più cara cosa ne l’huomo, la finsero co ‘l carattere di una Lucerna: mostrando che tanto l’huom vive, quanto il lume vitale, e l’humor sempiterno de la sapienza, gli danno il cibo”.
Principi, duchi, marchesi, conti e baroni del Regno di Napoli hanno fatto la storia dei loro feudi e hanno riempito le cronache del loro tempo. Non pochi di essi, però, hanno legato il loro nome ad attività culturali o hanno speso il loro tempo coltivando gli studi letterari e l’amicizia degli uomini di cultura.
Due versi posti dal poeta francese Patrice De La Tour Du Pin (1911-1975) come introduzione al suo libro La quête de joie ( “la ricerca di gioia”) publicato nel 1933.
Tous les pays qui n’ont plus de légende / Seront condamnés à mourir de froid. (Tutti i paesi che non hanno più leggende/ saranno condannati a morire di freddo).
sono quasi versi profetici per il nostro tempo. E oggi noi possiamo comprendere ancora meglio cosa significhi “morire di freddo” nelle nostre città, nei nostri paesi, dove sembra difficile ritrovare il senso stesso della vita.

Quei versi posti come incipit della sua raccolta di poesie sono sconvolgenti, essi hanno il senso e l’andamento di un salmo biblico. Tutto si racchiude in quei due sostantivi “leggenda” e “freddo”. Mi fanno ricordare quel passo di Plutarco (Moralia) in cui si dice che c’è una città fantastica dove gli abitanti pronunciano parole che si congelano per il freddo e si scongelano con il caldo; accade perciò che le parole dette dalla gente d’inverno vengono ascoltate solo con l’arrivo della stagione calda. Nel poeta francese, però, non è data questa possibilità di “scongelamento”, perché il “freddo” di cui parla è connesso con la morte.
Per quanto fantastiche possano essere le storie narrate, la leggenda suppone sempre un legame o storico o topografico o affettivo con la realtà, uno scopo di carattere religioso o civile valido a esaltare la vita sociale del gruppo, un’amplificazione ideale di un fatto, che viene elevato a simbolo della storia, degli ideali sociali e morali del popolo che lo crea. E sotto questo aspetto la leggenda simboleggia ciò che vi è di essenziale nel pensiero e nelle aspirazioni dell’anima popolare. La leggenda lavora, anche in maniera inconsapevole, sul dato storico o sociale per innalzarlo a valore rappresentativo del gruppo in cui prende forma.
Non avere “lègende” è come non avere più una identità, non avere un’anima, non avere aspirazioni. Patrice De La Tour Du Pin, volutamente mette la “leggenda” accanto alla gioia. Come la gioia che provava Eliseo Danza nel tessere le lodi di Atripalda, ricercandole nella storia della città; e Nicolò Franco nel coltivare l’amicizia con il marchese Castriota».

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