Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i tre indagati finiti nel carcere di Rebibbia con le accuse di aver pianificato l’attentato a Sigfrido Ranucci. I tre – affiancati dai loro legali Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri – hanno deciso di non fornire alcun chiarimento in merito alle accuse mosse nei loro confronti dalla procura di Roma. I legali ora valuteranno se presentare istanza di riesame. Domani – nella caserma dei carabinieri in Irpinia – verrà sottoposta all’interrogatorio di garanzia anche la quarta indagata, la compagna di D’Avino, ai domiciliari con braccialetto elettronico.Non è stato possibile, quindi per ora, avere risposte immediate riguardo a movente e mandante dell’agguato. L’inchiesta del pm Carlo Villani passerà intanto al collega Edoardo De Santis ora che il primo prenderà possesso del suo nuovo ufficio di procuratore capo di Velletri.
Anche il conduttore di Report è stato ascoltato come testimone dai magistrati titolari dell’inchiesta, il pm Villani e il procuratore capo Lo Voi, alla presenza dei comandi investigativi dei carabinieri di Roma e Frascati.Al centro del colloquio, la ricostruzione dei possibili collegamenti tra l’atto intimidatorio e il lavoro d’inchiesta del giornalista. “Mi hanno chiesto se conoscessi gli arrestati di martedì scorso e abbiamo ripercorso alcune vecchie puntate di Report riguardanti l’area geografica in cui viveva il gruppo”, ha spiegato Ranucci al termine dell’audizione. Gli inquirenti stanno vagliando ogni ipotesi, compresa quella del gesto isolato, concentrandosi in particolare su eventuali attriti nati in seguito alle inchieste giornalistiche trattate dalla trasmissione. “Al momento non si esclude alcuna pista, si lavora a 360 gradi”, ha ribadito il giornalista uscendo dalla città giudiziaria.
L’ordinanza di misura cautelare ricostruisce nel dettaglio l’organizzazione dell’attentato e i ruoli attribuiti ai cinque indagati arrestati dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma: Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone (in carcere) e Marika De Filippis (ai domiciliari con braccialetto elettronico) e per l’indagato a piede libero L.A. Ad avviso del giudice, Antonio Passariello, Saverio Mutone e L.A. avrebbero fatto parte del gruppo operativo incaricato di eseguire materialmente il “servizio”. Il figlio di Passariello, Pellegrino D’Avino avrebbe svolto funzioni di raccordo e supporto logistico, mentre sua moglie Marika De Filippis avrebbe garantito assistenza nelle varie fasi dell’operazione, contribuendo alla gestione dei contatti e degli spostamenti.
Facciamo la storia”. È questa la frase che, secondo gli atti dell’ordinanza, sintetizza meglio di tutte lo spirito con cui gli indagati raccontavano l’attentato contro Sigfrido Ranucci. Non un’azione da nascondere, ma un episodio da rivendicare, rielaborare, persino celebrare. Le intercettazioni diventano così il filo che collega la dinamica del 16 ottobre 2025 allo “spessore criminale” del gruppo e ai rapporti con chi, dall’esterno, avrebbe commissionato l’azione. Per la bomba contro il giornalista di Report sono stati eseguiti quattro arresti dal parte dei Carabinieri.
In più conversazioni Antonio Passariello si vanta apertamente dell’attentato. Il 24 marzo 2026, parlando con il pregiudicato Davide Netti, lo invita a cercare online la notizia dell’esplosione davanti alla casa del giornalista. Poi corregge la narrazione dei media con tono secco: “Due, tre machine saltarono… dissero che dentro vi era anche la figlia… ma quando mai… stavamo da due ore li…”. Non è solo un ricordo. È un modo per rivendicare il controllo dell’azione e smentire ogni ricostruzione giornalistica. Qualche settimana dopo, il 2 giugno 2026, lo stesso Passariello, in auto con L.A e una donna, rivede il video dell’esplosione su RaiPlay e commenta: “Facciamo la storia!”. L.A rincara: “una bomba telecomandata… stiamo parlando di 20 anni di carcere”.
Le intercettazioni su Pellegrino D’Avino confermerebbero invece il lato operativo e la disponibilità a procurarsi esplosivi. Il 25 febbraio 2026 riceve messaggi da un soggetto indicato come Massimo, che gli promette nuovi ordigni. La risposta è immediata e brutale: “Amma otta’ i palaz n’terra!” .Lo stesso D’Avino mostra consapevolezza dell’azione di Roma e dei collegamenti tra i diversi episodi.
Dopo la diffusione delle notizie sui media, il gruppo segue con attenzione le trasmissioni televisive che ricostruiscono il caso. È qui che emerge il tentativo di controllare la narrazione e correggere le informazioni ritenute errate. Il 30 marzo 2026, mentre guardano un programma di Massimo Giletti, D’Avino si concentra sui dettagli dell’auto usata per l’attentato: “Auto nera… e quella mica era nera?”. Poi si rivolge alla fidanzata Marika De Filippis: “Che colore era? Marika, la 500… quando siamo andati a fare il fatto!”.Il giorno successivo Saverio Mutone interviene per spiegare perché un testimone avrebbe parlato di tre persone: “Quello era lo stesso sportello aperto, che siamo entrati tutti e due dal lato guida, hai capito?”.
Ma è sul livello superiore che le intercettazioni assumono un peso decisivo. Qui il gruppo descrive apertamente l’esistenza di chi avrebbe commissionato l’azione. Il 24 marzo 2026, alla domanda sul perché dell’attentato, Passariello risponde con una frase che gli inquirenti considerano rivelatrice: “Una mano lava l’altra… e due lavano la faccia”.Un sistema di favori, soldi e protezione. Il 10 aprile 2026, D’Avino riferisce al padre le condizioni offerte dai mandanti, indicati nelle intercettazioni come “quello”: “loro ogni giorno ti caricano i soldi sulla carta… pure 200 euro al giorno”, oltre alla promessa di fuga all’estero tra Spagna, Austria e Francia.
Sempre nello stesso contesto, viene delineata anche una strategia per depistare gli investigatori. D’Avino spiega la versione da fornire in caso di arresto: “Mi ha dato una botticella e l’abbiamo fatto spaventare”, attribuendo l’incarico a un presunto albanese di Ostia e riducendo l’azione a un semplice episodio di intimidazione per un compenso di 3.000 euro.


