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Caso Mancini Una, cento, nessuna verità 

Sul Liceo Mancini e sulla scelta di non dissequestrare la struttura di Via De Concilii da parte del Gip del Tribunale di Avellino hanno parlato tutti. Dal Comitato dei genitori all’ordine degli Ingegneri, ai consulenti della Provincia ai colleghi esperti di ogni materia, strutturisti e professori universitari.
Una bella schiera di indignazione per una scelta stigmatizzata da tutti, competenti e non, quella da parte del Gip di Avellino Vincenzo Landolfi di non riconsegnare la struttura nella disponibilità dell’amministrazione provinciale di Avellino. Eppure in questo mare magnum di dichiarazioni, comunicati, lettere e post sul web che non ho competenza per discutere nel merito, c’è un “convitato di pietra”. Non è quello della famosa opera teatrale, per carità. Non è neanche la Procura di Avellino, visto che con un’indagine ancora aperta i magistrati di Piazza D’armi mai si sognerebbero di intervenire in un dibattito più simile ad un coro univoco contro la scelta di Vincenzo Landolfi. Allora chi è il convitato di pietra vi chiederete? La risposta è semplice, se non fosse per quel frettoloso vezzo o difetto di memoria che su tante vicende caratterizza questa città, forse non ci sarebbe neanche necessità di doverlo ricordare. Eppure bisogna rinverdire la memoria, farlo perché altrimenti sembra che a volere la chiusura della storica scuola di Via De Concilii sia stato il capriccio di qualche magistrato. E si cade nei soliti luoghi comuni, guardate il Tribunale, chiudete questa o quella struttura. Il classico gioco a chi sta peggio. Ebbene il convitato di pietra di questa vicenda è rappresentato da chi nel 2017 ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Avellino. Non si tratta di un vicino geloso per l’abuso edilizio che abbelliva la casa altrui, né di un alunno che voleva vendicarsi di una bocciatura. In Procura è arrivato un esposto di genitori, si, proprio genitori, che lamentavano delle concrete situazioni di rischio per l’incolumità dei propri figli. Perché a meno di fatti eclatanti (un crollo o altri danni evidenti ndr) , ad attivare l’azione penale, questo è semplice e non ha necessità di grande conoscenza del diritto (che chi scrive certamente non ha ndr), è sempre una denunzia. Assodato questo, sarebbe bello capire se alla luce di quanto avvenuto i genitori (la cui identità non è nota a tutti e allo scrivente, visto che le indagini sono ancora in corso e una buona parte degli atti ancora coperti dal segreto istruttorio ndr) denuncianti abbiano trovato riscontro e soddisfazione al loro desiderio di giustizia e di chiarezza. Se possano ora stare più tranquilli. Anche da loro sarebbe auspicabile una comunicazione, non per dividere le parti o creare una contrapposizione, ma solo per capire se le condizioni rispetto all’ottobre del 2017 sono cambiate o no. Lungi da me anche avere introdotto questo particolare per creare un capro espiatorio o un elemento a discolpa di qualcuno. Ma la verità, una prima verità e’ anche questa. Molto presto dimenticata. Non mi avventuro nelle questioni tecniche. I calcoli e le formule lette in questi giorni, le tesi contrapposte e le competenze da strutturista non mi appartengono e mi astengo. C’è un ultimo passaggio, che nell’ordinanza del Gip non viene molto valorizzata: “ Sul punto va aggiunto che la provincia, nella propria istanza di dissequestro, nonostante l’accertata non conformità alla normativa sismica, mostra di ritenere che l’edificio “non è a rischio di crollo ovvero a rischio di rovina e non necessita di ulteriori presidi antisismici immediati”. Differentemente da quanto per la Cocchia aveva fatto il pur tanto vituperato Foti. La domanda finale, quella ai denuncianti è semplice: la loro esigenza di chiarezza e giustizia è stata efficacemente soddisfatta?

di Attilio Ronga edito dal Quotidiano del Sud

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