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Di Vincenzo Fiore

«Peppino Impastato è divisivo», dicono gli studenti del Liceo di Partinico e hanno ragione. Chi non lo è se non un giovane che, per ribellarsi contro la mafia, andò contro la sua stessa famiglia, rinnegando suo padre e tutti gli affiliati al clan di cui quest’ultimo faceva parte. Chi non lo è se non un promotore culturale che in un paese omertoso e paralizzato dalla paura urlava in radio e in piazza, con il megafono, che la mafia fosse una «montagna di merda». Chi non lo è se non un ragazzo che da solo riusciva a mettere in ridicolo la criminalità, mentre da Roma si disponevano per il baciamano a Riina et similia. Chi non lo è se non un attivista che numerava, tracciando un netto confine tra legalità e Cosa Nostra, i passi fra casa sua e quella dei suoi assassini. Chi se non colui che si interessava della condizione dei contadini e degli operai, nonostante i suoi problemi, mentre il territorio era controllato dal narcotrafficante Gaetano Badalamenti, soprannominato Zu Tano, che secondo la Cassazione era solito a incontri amichevoli con importanti esponenti della DC.

Sì, cari studenti di Partinico, Peppino era divisivo, anzi di più, rappresentava un vero e proprio flagello per un sistema basato sulla silenziosa complicità, sul terrore del tritolo, sull’ottusa mediocrità dei cittadini, sulle tasche piene di tangenti nei palazzi del potere. «Si sa dove si nasce ma non come si muore. E non se un ideale ti porterà dolore», recita una nota canzone dei Modena City Ramblers dedicata all’eroe di Cinisi. E noi, masse acefale senza pensiero né azione scegliamo comodamente di non schierarci, poiché nel mondo del delirio e dell’abuso del politicamente corretto una testa pensante diviene per forza di cose una testa scomoda. Allora meglio posizionarsi in quello a volte ipocrita, altre sciocco perbenismo omologante dove tutto si livella, tutto viene pesato sulla stessa bilancia rotta.

A cosa servono allora le tante iniziative sulla legalità e sulla giustizia? A cosa servono gli esempi? Sono davvero tempo perso, come già tanti studenti credono? Cari giovani di Partinico, forse la colpa non è neanche del tutto vostra perché come sosteneva proprio Impastato: «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità (…). È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore». Forse non siete e non siamo stati educati alla bellezza, ma per voi c’è ancora tempo, il vostro piccolo contributo può aiutare a sradicare l’idea secondo cui se una cosa ha sempre funzionato in un certo modo, continuerà a farlo. Cari studenti, non abbiate paura del pensiero, tremate al contrario di fronte a chi un pensiero non ce l’ha. 99, 98, 97…

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Vincenzo Fiore

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