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Per orientarci nei confusi e contraddittori scenari disegnati dopo il voto di domenica e lunedì, conviene riavvolgere il bandolo delle molteplici interpretazioni per ripartire dall’inizio, e quindi dalla definizione della posta in palio, cioè dalla domanda o meglio, dalle domande rivolte agli elettori all’ingresso nei seggi. Per farlo, bisogna sgomberare il terreno dal ricorrente errore di attribuire ad ogni elezione parziale un valore generale, come se, per esempio, dal voto di Roma o Milano dipendessero i destini del governo o del parlamento e non semplicemente quelli del Campidoglio o di palazzo Marino. Nel caso in esame, l’esercizio è reso più complicato dalla coincidenza nelle stesse date di elezioni regionali parziali e di un referendum che ha coinvolto l’intero corpo elettorale.

E dunque facciamo subito giustizia del primo equivoco. Il risultato del referendum sul taglio del numero dei parlamentari non chiama in causa i destini del governo, ma la composizione delle Camere nella prossima legislatura. Il 20 e 21 settembre, gli elettori hanno confermato a grande maggioranza la modifica della Costituzione già votata dal Parlamento; e dunque è del tutto infondata la pretesa di attribuire all’uno o all’altro schieramento la titolarità dei “sì” o dei “no”. La storia dimostra in abbondanza che quando sono chiamati ad esprimersi direttamente in consultazioni referendarie, gli italiani non rispondono a logiche di partito ma alla propria coscienza. Nel 1974 (referendum sul divorzio) voltarono le spalle alla Dc che aveva invitato a votare contro la legge; ma poi confermarono la loro fiducia al partito sconfitto, che restò centrale nello schieramento politico nelle successive cinque legislature, fino al 1994, quando si sciolse. Più recentemente, si è visto quale fine abbia fatto la pretesa di Matteo Renzi di intestarsi il 40% dei “sì” al suo referendum costituzionale (2016); uguale sarebbe la sorte di chi pensasse di costruire un progetto politico a partire dal 30% di “no” di ieri. Ma sono fuori strada anche quanti pensano (e sono tanti) che la maggioranza dei “sì” rafforzi di per sé il governo, quando si è già visto che a meno di una settimana dal voto i problemi per l’esecutivo sono gli stessi di prima, con l’aggiunta che ora governo e parlamento sono chiamati ad approvare leggi e regolamenti che rendano praticabile la riforma costituzionale divenuta definitiva. E il rinvio forse addirittura all’anno prossimo della nuova legge elettorale ci dice quanto sia ancora arduo il cammino da percorrere.

Lo stesso vale per il voto nelle sei regioni a statuto ordinario chiamate a rinnovare Presidenti e Consigli. Trarre indicazioni generali da una consultazione così parziale e differenziata è un errore. Da dove si evince la conclamata conferma dell’alleanza Pd-Cinque Stelle, quando nell’unica regione in cui i due partiti hanno presentato un candidato in comune – la Liguria – hanno registrato una sconfitta bruciante? E lo stesso preteso successo del Pd di Zingaretti, non cozza contro la realtà di due regioni su tre andate al centrosinistra – Campania e Puglia – solo grazie al consenso dei presidenti uscenti, che peraltro avevano coagulato attorno alla propria candidatura liste di sinistra, di destra, civiche e in qualche caso puramente clientelari? Per restare nel campo della maggioranza di governo, se un significato univoco si può trarre dal voto regionale è lo svuotamento del bacino elettorale dei Cinque Stelle, i cui elettori hanno interpretato a modo loro l’appello al voto disgiunto, semplicemente togliendo consensi al movimento di Di Maio, Di Battista, Crimi (e Grillo) e dirottandoli su altri.

Questa è la realtà con cui hanno a che fare, oggi, Governo, maggioranza e opposizioni. L’esito del voto di settembre non ha aperto una nuova partita politica, ma il secondo tempo di un confronto iniziato con le elezioni generali di due anni fa e che si concluderà con le prossime politiche. I giocatori sono quelli di prima e la posta in gioco non  è cambiata. Le sorti del governo dipendono, come già dipendevano prima del voto, dalla sua capacità di risolvere i problemi, a cominciare da una crisi economica e sociale della quale ancora non siamo in grado di misurare la gravità.

di Guido Bossa

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