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Non è certo la prima volta che la Chiesa si occupa della questione meridionale. E, più in generale, del dramma della disoccupazione giovanile. In realtà la recente iniziativa del cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe, di affrontare il tema a Napoli, alla presenza di tutti i vescovi del Sud, ha non pochi precedenti, a cominciare, per stare solo al secolo scorso, dal 1947 quando proprio nel capoluogo campano si svolse la «XXI settimana sociale dei cattolici», sul tema «I problemi della terra e del lavoro», con la partecipazione di tutti i vescovi del Mezzogiorno. L’anno successivo, nel gennaio 1948, furono ancora i pastori delle diocesi del Sud a emanare quella memorabile «Lettera collettiva dell’episcopato dell’Italia meridionale su i problemi del Mezzogiorno». Ciò fa parte di quell’impegno reale della Chiesa, testimoniato anche da moniti contro la corruzione, la criminalità e la malapolitica, di Giovanni Paolo II e di Francesco. Soprattutto sui temi dell’immigrazione e della povertà diffusa in particolare nel Sud. Furono anche questi i contenuti di una intervista da me fatta, sul finire degli anni ‘80, al vescovo don Tonino Bello, allora presidente di Pax Christi e grande testimone del mancato sviluppo delle regioni meridionali. A questi pochi riferimenti storici, a cui altri non meno importanti si potrebbero aggiungere, si ricollega l’iniziativa di Sepe, (Giovani e il Sud) con una larga partecipazione anche di presidenti delle Regioni del Sud. C’è un comune denominatore: la conferma di antichi mali che hanno generato la questione meridionale. Naturalmente il contesto è rapidamente cambiato nei tempi, così come il ruolo delle parrocchie e dei preti che le sorreggono. I valori hanno subito un pauroso arretramento e la stessa funzione sociale della chiesa ha talvolta segnato il passo. Oggi sono sempre più rare le figure di impegno sociale, di testimoni di fede e di evangelizzazione nei luoghi maggiormente degradati delle città, mentre la fascia della criminalità si abbassa per età sempre di più. Le agenzie sociali (famiglia, scuola, chiesa) agiscono con affanno e con risultati non sempre positivi. Per non dire della politica che, lacerata e, talvolta, inconcludente lascia spazio ancor di più ai mali del Sud. Per stare all’attualità il messaggio del presidente della Cei, cardinale Bagnasco a Napoli assume particolare rilevanza. Perchè precariato, disoccupazione e devianze dei giovani sono l’anello debole di un circuito molto pericoloso. E per il capo dei vescovi italiani devono essere anche le istituzioni a fare la loro parte con responsabilità. Oltre alle Istituzioni devono essere i giovani protagonisti «dando vita a reti virtuose ». Agendo da «contaminatori della società intera, e opponendosi a presenze oscure che profittano della giovinezza e dell’inesperienza». Così facendo saranno i giovani a «spingere anche i politici, gli amministratori a fare di più». Basta? Forse no, ma è già un segno per modificare quel dato meridionale che mons. Nunzio Galantino, segretario della Cei, definisce «una realtà che grida». Un grido inascoltato fino a quando non si sgombra il campo dal «clientelismo, dalla farraginosa burocrazia, dalla malavita organizzata ». Antichi vizi, che insieme al mai sconfitto trasformismo, non sono stati mai debellati, sebbene denunciati non solo dalla chiesa, resistendo fin dai tempi dell’unità nazionale. D’altra parte la questione meridionale vive tra mille contraddizioni. La più evidente si registra in questi giorni. Mentre, infatti, a Napoli i vescovi del |Mezzogiorno lanciano un disperato grido di appello per cambiare i connotati storici dell’antica questione, a Roma, il neo ministro per il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, usa un linguaggio totalmente diverso, affermando, tra l’altro, che «il governo è impegnato in uno sforzo straordinario per il Mezzogiorno ». Di più. Se per i vescovi la disoccupazione è un dramma, per il ministro c’è «una crescita dell’occupazione» che fa ben sperare per il futuro. Si direbbe a “ciascuno il suo” se non fosse che tutto questo già accadeva già negli anni del dopoguerra. Allora la forte denuncia morale del degrado del Mezzogiorno, contrastava con le dichiarazioni dei governi che, pur assumendo la questione meridionale come problema centrale del Paese, offrivano rassicurazioni per una rapida ripresa dello sviluppo e dell’occupazione. Che non ci fu. non c’è stata e, forse, difficilmente ci sarà. Un ostinato parlamentare siciliano, Emanuele Macaluso, un tempo si diceva migliorista del Pci, ha recentemente detto che «nel Pd non esiste una politica per il Mezzogiorno» e chi di fronte allo scenario che si presenta il partito che ha la maggiore responsabilità di governo del Paese, e quindi del Mezzogiorno, è affidato ancora a pochi notabili, «perdendo il polso e il contatto con la provincia meridionale, con i piccoli paesi, con i singoli quartieri della città». Anche in questo è la radice del male. Ed è forse per questo che il Mezzogiorno continua ad essere un deserto composito inascoltato. Nonostante il ripetersi della Chiesa in campo o qualche mancia concessa dal potere centrale. Una spiegazione c’è: il Sud continua ad avvitarsi su se stesso perchè è senza pensiero decidente ed è senza una vera classe dirigente.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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