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Se Mario Draghi fosse un dirigente politico e il suo un governo di coalizione come i tanti che abbiamo conosciuto nel corso degli anni, la scissione del partito di maggioranza relativa capitanata dal ministro degli Esteri con l’immancabile corollario di polemiche e recriminazioni, avrebbe portato immediatamente alla crisi e forse alle elezioni anticipate. Ciò non avverrà, almeno nell’immediato, perché Draghi non è un politico nel senso classico del termine (anche se sta dimostrando di saper maneggiare la politica meglio di tanti veterani), ma un tecnocrate di riconosciute capacità, stimato più all’estero che in Italia; e perché il suo governo non è un esecutivo di coalizione soggetto ai ricatti dei partiti, ma un “governo del Presidente” nato nelle stanze del Quirinale per arginare una crisi sanitaria, economica e sociale ancora in atto, oggi aggravata dallo scoppio della guerra alle porte dell’Europa. Nelle attuali condizioni dell’Italia, con i mercati finanziari in subbuglio e il rischio di sospensione del flusso di finanziamenti promesso da Bruxelles, una crisi di governo sarebbe un lusso che non ci si può permettere, e ciò spiega l’aplomb con il quale Mario Draghi ha affrontato lunedì scorso l’appuntamento parlamentare più delicato al Senato, convinto com’era di muoversi “secondo il mandato che il Parlamento ci ha dato”, che così ha riassunto: “sostenere Kiev, cercare la pace, superare la crisi”. Al momento, e fino ad oggi, nessuno nella maggioranza può sottrarsi a quella che il premier ha definito “la guida della nostra azione”, il che se rende incomprensibili sia la scissione dei dimaiani che le contorsioni dei fedeli di Conte, mette il governo al sicuro dalle ripercussioni della frattura pentastellata. Scissione che non ha avuto conseguenze né sulla tenuta del governo né sulla sua partecipazione ai vertici internazionali in programma nei giorni scorsi. A Bruxelles è passata la linea italiana sull’accoglienza di Ucraina e Moldavia come Paesi candidati all’ingresso nella Ue (con i tempi lunghi che saranno necessari per finalizzare il processo appena iniziato), e Draghi ha ottenuto la convocazione di un appuntamento entro luglio per fissare un tetto al gas importato dalla Russia. Se quest’ultimo impegno potrà sottrarre l’Italia (ma anche la Germania) al ricatto russo sulle forniture, la promessa dell’integrazione di Kiev nella famiglia europea potrebbe essere una carta da giocare sul tavolo del negoziato che si spera di possa aprire con la Russia alla ricerca di una tregua se non almeno di un cessate in fuoco, poiché il presidente Zelensky e il suo governo hanno ottenuto la garanzia di un “ombrello” protettivo europeo che fino a ieri non avevano.

Per quanto riguarda la politica interna, mai come in queste circostanze legata a quella internazionale e al tema della pace, si può rilevare che anche stavolta il Presidente della Repubblica ha “coperto” il governo escludendo che il posto del titolare della Farnesina sarebbe stato messo in discussione nel mezzo di una crisi internazionale. Ciò detto, non è che non sia successo nulla nella settimana che si sta per concludere, né che non ci potranno essere conseguenze, anche a breve. Certamente, Conte e i Cinque stelle non faranno più le bizze sull’invio di armi in Ucraina e in generale sulla politica estera, mentre accentueranno la loro intransigenza sulla politica sociale e in generale sulla “battaglie” del Movimento nella sua prima stagione per così dire “giacobina”. Insomma avremo un Giuseppe Conte versione Mélenchon. Quanto a Luigi Di Maio, non riuscirà certo ad emulare illustri inquilini della Farnesina che l’hanno preceduto, come Moro o Andreotti: è più probabile che tenti di accreditarsi come futuro candidato all’ingresso nel Pd, ma in questa veste non mancherà di provocare crisi di rigetto al Nazareno.

di Guido Bossa

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