La Corte dei conti: Sicilia, Calabria e Campania concentrano il 63,6% delle procedure complessivamente attivate e l’80,4% dei dissesti degli ultimi cinque anni. In Campania il 39% dei Comuni ha sperimentato almeno una procedura di crisi. Nel complesso nazionale 485 procedure sono ancora attive, per 6,2 miliardi di euro di massa passiva.
La Campania è tra le regioni maggiormente interessate dalle crisi finanziarie degli enti locali. Il dato emerge dalla Relazione al Parlamento sui Comuni in situazione di crisi finanziaria, approvata dalla Sezione delle autonomie della Corte dei conti con la delibera n. 15/SEZAUT/2026/FRG e aggiornata al 31 dicembre 2025.
Secondo il rapporto, il 39% dei Comuni campani ha sperimentato almeno una procedura di crisi finanziaria. Un’incidenza particolarmente elevata, seconda soltanto a quella registrata in Calabria, dove la percentuale raggiunge il 54%, e superiore a quella della Sicilia, ferma al 41%.
Nel complesso, Sicilia, Calabria e Campania concentrano il 63,6% di tutte le procedure attivate e addirittura l’80,4% dei dissesti dichiarati negli ultimi cinque anni. Un dato che evidenzia la forte concentrazione territoriale delle difficoltà finanziarie degli enti locali.
La situazione campana nel quadro nazionale
La relazione della magistratura contabile sottolinea come, nelle aree maggiormente interessate dalle crisi, il fenomeno non possa essere ricondotto esclusivamente alla gestione del singolo Comune.
Le situazioni di squilibrio, secondo la Corte, riflettono infatti anche fattori economici, sociali, organizzativi e istituzionali che interessano l’intero sistema multilivello. Proprio per questo, le risposte adottate dalle Regioni assumono un peso significativo.
Il rapporto evidenzia una forte differenziazione degli interventi regionali, che comprendono sostegno finanziario, assistenza tecnica, fondi per la prevenzione e sistemi autonomi di monitoraggio.
Per la Campania, dunque, il dato del 39% rappresenta un indicatore della diffusione del fenomeno sul territorio e si inserisce in un quadro meridionale nel quale le procedure di crisi risultano particolarmente concentrate.
In Italia 485 procedure ancora attive
A livello nazionale, le procedure attive al 31 dicembre 2025 sono 485 e riguardano 484 Comuni, pari al 6,1% dei Comuni italiani. Gli enti interessati dalle crisi rappresentano una quota limitata del comparto, ma le conseguenze finanziarie e sociali sono significative: le procedure coinvolgono circa 6,5 milioni di abitanti, con una massa passiva stimata in 6,2 miliardi di euro.
Dall’introduzione degli strumenti attualmente previsti dalla normativa sono state attivate 1.448 procedure, di cui 818 dissesti e 630 procedure di riequilibrio, riferite complessivamente a 1.033 Comuni.
Uno dei principali elementi di criticità riguarda proprio l’efficacia dei percorsi di riequilibrio. Solo il 16,1% delle procedure avviate si è concluso formalmente, mentre il 35,2% è sfociato nel dissesto.
Nel solo 2025 sono stati dichiarati 23 dissesti e in 14 casi il dissesto era stato preceduto da una procedura di riequilibrio non andata a buon fine.
Procedure troppo lunghe
La Corte richiama inoltre l’attenzione sulla durata dei procedimenti. Dal 2007, soltanto il 17,1% dei dissesti risulta concluso entro il quinquennio previsto, mentre 99 dei 227 dissesti ancora attivi hanno superato tale termine.
Il protrarsi delle situazioni di crisi può incidere, secondo la magistratura contabile, sulla capacità degli enti di tornare a un equilibrio finanziario stabile e duraturo.
È anche per questo che la relazione indica la necessità di un sistema maggiormente orientato alla prevenzione, capace di individuare gli squilibri prima che si trasformino in crisi conclamate.
Interventi diversi in base alle dimensioni degli enti
La Corte propone inoltre di differenziare gli strumenti di intervento in funzione delle dimensioni e delle caratteristiche dei Comuni.
Per i 269 piccoli Comuni in crisi con meno di 5.000 abitanti, viene indicato come prioritario un affiancamento tecnico tempestivo. Per i 47 enti con più di 30.000 abitanti, invece, servono strumenti più strutturati, adeguati alla maggiore complessità organizzativa e gestionale.
Per gli enti di dimensione intermedia, la scelta dovrebbe dipendere dalla natura e dalla gravità dello squilibrio.
Tra le esperienze considerate potenzialmente replicabili figurano i Patti con il Governo, soprattutto per gli enti più grandi: un modello basato su misure concordate, sostegno finanziario, cronoprogrammi verificabili, monitoraggio e flessibilità attuativa.
La proposta della Corte: prevenire prima che intervenire
Nelle conclusioni, la Corte dei conti richiama la necessità di una riforma organica del Titolo VIII del TUEL, per superare un sistema prevalentemente reattivo, uniforme e restrittivo.
Tra le proposte figurano anche l’integrazione delle banche dati BDAP e SIOPE+ in un archivio nazionale delle criticità e l’introduzione di indicatori trasparenti, differenziati e predittivi, collegati al ciclo di bilancio.
L’obiettivo è passare dalla gestione tardiva delle crisi a una politica di prevenzione e risanamento, fondata su tempestività, proporzionalità degli interventi, affiancamento tecnico e responsabilità condivisa.
E per la Campania, dove quasi quattro Comuni su dieci hanno sperimentato almeno una procedura di crisi, la questione assume un rilievo particolare: il dato regionale si inserisce infatti in quella concentrazione territoriale delle difficoltà finanziarie che la Corte dei conti considera uno degli elementi strutturali su cui intervenire.

