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Dal voto al consenso: il cammino delle donne verso la libertà

Rosa Bianco

In occasione del 25 novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, questo approfondimento ripercorre la lunga storia dell’emancipazione femminile in Italia, dalle prime battaglie per il voto fino alle leggi che oggi tutelano la libertà e la dignità delle donne.

Le origini dell’emancipazione e il movimento femminista

L’emancipazione delle donne in Italia ha radici profonde che precedono la Repubblica: già a fine Ottocento nascevano associazioni di donne che rivendicavano diritti civili e politici. Anna Maria Mozzoni, con la sua “Lega promotrice degli interessi femminili” (fondata a Milano nel 1880), fu una delle pionere della lotta per il suffragio femminile, l’eguaglianza giuridica e l’accesso all’istruzione e al lavoro.  In seguito, altre organizzazioni, come la “Lega per la tutela degli interessi femminili” (nata nel 1893) continuarono su questa strada.

Queste prime battaglie erano culturali e politiche: le donne reclamavano non solo il diritto di voto (ottenuto dopo la Seconda guerra mondiale), ma anche una trasformazione radicale delle norme sociali e familiari che le relegate in ruoli sesecondari

La Repubblica e le prime conquiste civili

Con la fondazione della Repubblica italiana, le donne fecero un salto importante. Nel 1945 le maggiorenni conquistarono il diritto di voto, e nel 1946 poterono essere elette alle istituzioni.  Questo segnò l’inizio di una nuova fase: l’emancipazione politica, ma non ancora pienamente quella sociale e giuridica, perché persistevano molti stereotipi e vincoli tradizionali.

Negli anni del dopoguerra, il femminismo continuò a crescere: non solo nei partiti e nelle istituzioni, ma anche nella cultura, nella letteratura, nel mondo del lavoro. Le donne iniziarono a entrare in ruoli prima impensabili: universitarie, lavoratrici, cittadine attive. Ma le leggi – soprattutto quelle riguardanti la famiglia, il matrimonio, la violenza – restavano arretrate.

I grandi cambiamenti dal ’70 in poi

Gli anni Settanta e Ottanta furono decisivi per l’emancipazione femminile. Fu la stagione del femminismo di massa, delle lotte per il divorzio, per l’uso responsabile della sessualità, per il diritto all’aborto. Nel 1978 fu approvata la Legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, una pietra miliare dell’autonomia femminile.

 

In quegli anni, le donne acquisirono un peso sempre maggiore nella vita pubblica. Personaggi come Nilde Iotti, prima donna presidente della Camera, rappresentarono simboli concreti della trasformazione istituzionale e politica.

Il percorso giuridico della protezione legale contro la violenza

L’emancipazione non può essere separata dalla protezione legale: per essere davvero libere, le donne devono poter essere protette dalla violenza e dalla discriminazione. In Italia, questo percorso giuridico è avvenuto in più tappe, spesso lente ma significative.

 

Legge 66/1996 – Violenza sesessuale

Il 15 febbraio 1996 entrò in vigore la Legge n. 66, che trasformò la violenza sessuale: da reato “contro la moralità pubblica” divenne reato “contro la persona”.  Questo è un punto di svolta: lo stupro non è più una questione di onore, ma un’aggressione alla libertà individuale.

Prima di questa legge, la legislazione rifletteva un’impostazione patriarcale, ereditata anche dal Codice Rocco (epoca fascista), che non riconosceva pienamente la violenza come lesione della persona ma come offesa al “buon costume”.

Legge 154/2001 – Violenza domestica

Nel 2001, con la Legge 4 aprile 2001, n. 154, l’Italia introdusse misure specifiche contro la violenza familiare: fu prevista l’allontanamento del familiare violento dalla casa, uno strumento importante per la protezione delle vittime.  Inoltre, nello stesso anno, fu approvata la Legge n. 134/2001 sul patrocinio legale a spese dello Stato per le donne violentate o maltrattate, permettendo a molte vittime di accedere alla giustizia anche senza risorse economiche.

Legge 38/2009 – Stalking e inasprimento pene

La consapevolezza della violenza di genere si amplificò nel nuovo millennio. Nel 2009 fu approvata la Legge 23 aprile 2009, n. 38, che introdusse il reato di stalking (“atti persecutori”), oltre a inasprire le pene per la violenza sessuale.  In questo modo la legge riconobbe forme di violenza spesso psicologiche, non solo fisiche.

Convenzione di Istanbul (2011) e allineamento normativo

Un grande passo fu l’adesione dell’Italia alla Convenzione del Consiglio d’Europa di Istanbul (ratificata nel 2013), un trattato impegnativo che definisce la violenza contro le donne come violazione dei diritti umani e discriminazione.  Questo strumento ha fornito un quadro normativo più strutturato, ispirando riforme successive.

Codice Rosso (Legge 69/2019)

Nel 2019 fu approvata la cosiddetta “Codice Rosso”, ovvero la Legge 19 luglio 2019, n. 69, che ha rafforzato notevolmente la tutela delle vittime.  Il nome si riferisce a una corsia privilegiata per le denunce: la legge prevede tempi più rapidi per le indagini in casi di violenza domestica e di genere, riconoscendo l’urgenza e la delicatezza di questi reati.

Legge 168/2023 – Contrasto generalizzato alla violenza di genere

L’ultimo capitolo legislativo, finora, è la Legge 24 novembre 2023, n. 168, che disciplina “disposizioni per il contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica”.  Questa legge rappresenta un ulteriore rafforzamento: non solo punisce, ma definisce una strategia integrata per prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli.

 

La svolta del 2025: il consenso come fondamento giuridico

Il 22 novembre 2025 segna un passaggio storico: la Camera ha approvato all’unanimità la legge bipartisan che riscrive l’articolo 609-bis del codice penale, introducendo il principio del “consenso libero e attuale”. Questo nuovo concetto riconosce finalmente che la violenza sessuale non è determinata dalla resistenza fisica della vittima, ma dall’assenza di un sì esplicito e consapevole. L’Italia si allinea così a 21 paesi europei che già hanno adottato questo criterio, in piena coerenza con la Convenzione di Istanbul.

Le parole delle protagoniste di questa svolta parlano chiaro: “Ogni donna ha il diritto di dire no” e di essere rispettata in ogni momento. È un principio che cambia profondamente l’approccio dei tribunali e solleva le donne dalla necessità di dimostrare resistenza fisica o condizione di inferiorità. È la vittoria di cinquant’anni di lotte civili, culturali e femministe, dalla battaglia per il divorzio e l’aborto fino ai codici rosa e alle leggi sulla violenza domestica.

Dall’emancipazione alla piena cittadinanza

Oggi, in questo 25 novembre 2025, la storia dell’emancipazione femminile non è solo un racconto del passato: è una realtà in divenire. Il via libera alla legge sul consenso è una tappa fondamentale di un percorso iniziato nel XIX secolo e consolidatosi attraverso decenni di conquiste politiche, culturali e giuridiche. Ogni norma, ogni conquista legislativa, ogni diritto riconosciuto rappresenta un tassello della stessa battaglia: proteggere l’autonomia, la dignità e la libertà delle donne.

Difendere le donne significa difendere la democrazia stessa. Perché la vera emancipazione non si misura solo in leggi o voti, ma nella capacità di una società di rispettare la scelta, il corpo e la volontà di ciascuna persona. L’Italia, con questa legge sul consenso, compie un passo avanti storico: non un punto d’arrivo, ma un nuovo inizio per costruire una cultura del rispetto, della parità e della libertà.

Resta il fatto, però, che la violenza non è solo fisica: la legge deve affrontare aspetti complessi come la violenza economica, la coercizione psicologica, la discriminazione sistemica. Anche se le pene sono più severe, la prevenzione rimane cruciale: non basta punire, bisogna educare, cambiare cultura.

Infine, c’è un tema fondamentale: l’applicazione pratica delle leggi. Le vittime devono poter accedere concretamente a procedure protette, a supporti (centri antiviolenza, patrocinio legale, assistenza psicologica) e sentirsi credute. Se la giustizia è lenta o inaccessibile, il diritto resta sulla carta.

Il significato profondo dell’emancipazione femminile oggi

L’emancipazione femminile non è solo una questione giuridica, ma anche culturale e simbolica. La conquista del diritto al voto, l’accesso al lavoro, il diritto all’autodeterminazione sul corpo, la protezione giuridica contro la violenza — tutto questo ha trasformato l’immaginario collettivo: le donne non sono più “oggetti” passivi, ma soggetti attivi di diritti, cittadine a pieno titolo.

La legislazione contro la violenza sulle donne è una delle espressioni più forti e radicali di questa trasformazione. Ogni legge approvata, ogni reato riconosciuto, non è solo una vittoria formale: è un riconoscimento che le relazioni di potere possono essere cambiate, che l’autorità non può imporsi sul corpo, che la libertà individuale richiede rispetto.

Ma la strada è lunga: la violenza di genere resta una piaga, radicata in stereotipi, diseguaglianze culturali e strutturali. Ecco perché la battaglia per l’emancipazione non si esaurisce con le leggi: richiede un impegno quotidiano, educativo, sociale.

In questo 25 novembre, non celebriamo solo le vittime della violenza, ma anche il lungo cammino delle donne che hanno costruito, passo dopo passo, un’Italia più giusta. Dal voto alla legislazione, dall’attivismo femminista alle riforme penali, le donne hanno continuamente immaginato una società diversa — e l’hanno resa possibile.

L’emancipazione è stata ed è ancora un progetto collettivo: mobilita la legge, le istituzioni, la cultura. E in questo progetto, proteggere le donne significa proteggere la democrazia stessa. Perché una società che non rispetta il corpo e la dignità delle sue donne non può dirsi libera.

 

 

 

 

 

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