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"Diario di….", lo smarrimento di un adolescente all'indomani del sisma nel romanzo di Crescitelli

Uno sguardo che si carica di un forte valore simbolico, in quel 1980 segnato dal sisma, a sottolineare la fine di un universo che non potrà più essere lo stesso e la difficoltà di tornare a immaginare il futuro. E’ quello che caratterizza “Diario di” di Carlo Crescitelli, romanzo di formazione – disponibile in libreria e sulle piattaforme on line – che sceglie di andare al di là delle convenzioni del genere, in cui si smarrisce il confine tra realtà e finzione e quello che accade nella mente del protagonista finisce con l’avere più consistenza degli avvenimenti reali. E’ Carlo Crescitelli a sottolineare la scelta di cimentarsi ancora una volta con un genere differente “Si tratta ancora una volta di un romanzo difficile da etichettare in un genere ben preciso. Ma non credo sia importante, quando di scrive, avere sempre chiaro il genere in cui si colloca la narrazione, nè mi preoccupa l’idea di confondere i lettori. Del resto, c’è un filo rosso che attraversa i miei romanzi e va al di là dei temi narrati, è evidente piuttosto nella sensibilità con cui sono affrontati. Questa volta racconto lo spaesamento di un bambino, la cui identità è stravolta dalla realtà del terremoto. Il sisma distrugge il mondo rassicurante in cui è vissuto fino ad allora e impone diversi riti, abitudini, sguardi. Il terremoto si fa metafora di tutto ciò che incide profondamente sulle nostre esistenze, la guerra, la crisi economica ma anche il dubbio su ciò che ci attende, il tramonto definitivo del mondo di ieri con tutto il suo bagaglio di certezze imposte, l’angoscioso intento di decifrare un futuro per nulla rassicurante. Ad emergere il disagio del protagonista, un adolescente che potrebbe essere stato chiunque fra noi. Ho provato a rappresentare uno smarrimento d’identità, di un cupo vagare alla ricerca di sé stessi nel buio. Mentre intanto si fanno strada consapevolezze nuove, e ogni nuova presa di coscienza è una sfida la cui posta è la salvezza e la cura del sé. Del resto, se da un lato si può considerare un romanzo di formazione, dall’altro può essere letto anche come un romanzo di fantascienza in virtù di una narrazione surreale, in cui si fa fatica ad orientarsi tra tante voci, differenti piani di realtà e futuri possibili. E’ un tentativo di guardare a passato, presente e futuro contemporaneamente”. Spiega come non  è casuale la scelta del titolo “Diario di”, ho immaginato che ciascuno potesse identificarsi nello smarrimento del protagonista, Carmine

“Carmine ha diciassette anni. E quella sera, come tutte le domeniche sera, si annoia. Anzi no, peggio, si angoscia. I ragazzi come lui sono abituati alla noia: era una condizione usuale, prima dell’era di internet. Ti ritrovavi lì da solo a pensare, senza che nessuna sollecitazione telematica te lo impedisse. E un ragazzo di pensieri più o meno cupi ne ha normalmente tanti, soprattutto in quello strano 1980 che sta ormai per finire, e neanche si vede la strada, avanti o indietro che sia. C’è la partita in tivvù, quella sera, come tutte le domeniche sera dell’epoca: dopo 90° minuto un’altra volta quell’abboffauallera di partita, un tempo solo che già sai com’è finito, te lo ha detto già Paolo Valenti, i goal te li ha già fatti vedere, se ce n’erano, e perciò il tutto torna ancora più abboffauallera. Se Carmine sapesse quello che so io e che sai tu, e cioè che il calcio di là a non molti anni a seguire avrebbe invischiato delle sue urla praticamente ogni giornata che trascorre sulla terra, probabilmente si deprimerebbe ancora di più, ma lui non lo sa né può immaginarlo (….)

E così, quando i lampadari del salotto incominciano a tintinnare, Carmine la prende come un bel gioco: inizia a urlare nella speranza di terrorizzare la nonna, che gli ha sempre raccontato dei terremoti passati, adesso sì che è l’ora di vendicarsi. Presto però al tintinnio inizia ad affiancarsi un rombo basso e continuo, come di un tuono che ti scoppia sotto i piedi, e presto al rombo si unisce il fracasso di roba che vibra e che cozza, praticamente tutto il vibrabile e il cozzabile in casa. Un potente senso di esaltazione si impadronisce di Carmine, che si sente un po’ come quando può alzare al massimo la musica dello stereo: gli sembra di essere stato catapultato in una specie di pezzo dei Pink Floyd, ma sì, tipo quello di Ummagumma in cui Roger Waters nei panni del Pitto tiene a bada tutti gli animaletti infuriati nella grotta. Carmine si ferma e respira a fondo: è davvero una bella sensazione, persino vedere papà e mamma e nonna aggirarsi per casa preoccupati e tesi gli piace, gli restituisce il senso della sua adolescenziale superiorità fraintesa. Un bellissimo crescendo, un bellissimo gran finale. Sono caduti pure un paio di libri dagli scaffali alti della libreria, occhio a non finirci sotto perché i libri, si sa, fanno male quando li becchi in testa, ma vuoi mettere, che gran figata, come la botta di commiato dei fuochi d’artificio….Solo che… questi fuochi non finiscono. Il rombo intanto è cresciuto fino a diventare assordante, e il fracasso che porta pure: le mattonelle della parete in cucina hanno incominciato a schizzare via, e questo non è per niente esaltante, sa tanto di crollo imminente, altro che fuochi d’artificio. Bisogna uscire, e alla svelta, lo dicono tutti, e Carmine per una volta si ritrova d’accordo con i suoi”

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