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Qualcosa resta, Napolitano: l’Irpinia e il sisma, 40 anni dopo. I luoghi, testimonianza vivente di un’opportunità sprecata. I borghi stravolti e la relazioni perdute

“Volevo che i luoghi diventassero testimonianza vivente della tragedia e degli errori commessi nella ricostruzione”. A sottolinearlo il regista campano Pasquale Napolitano, originario di Casamarciano, esperto di visual design e comunicazione audiovisiva e docente di Metodologia e Tecniche dell’Audiovisivo presso l’Accademia di Belle Arti di Napol nel presentare il suo documentario “Qualcosa resta”, dedicato al sisma dell’80 dopo 40 anni, nell’ambito del ciclo di incontri promossi dallo Zia Lidia. Un confronto tenutosi al Circolo della stampa nel corso del quale Napolitano ha dialogato con Michela Mancusi e l’antropologa Marina Brancato. “Sono proprio i luoghi – spiega il regista – a rivelarci come si è trasformata la società, gli interventi di ricostruzione hanno fatto prevalere modelli di architettura mastodontici, su vasta scala, incapaci di rispondere ai bisogni di una comunità nel tentativo di adeguarsi a quelli che erano gli interessi di una comittenza che aveva fondi da spendere. I borghi irpini con le loro camice di forza restano testimonianza di una grande occasione sprecata con schemi che si ripetono sempre uguali nel segno dell’alienazione e dell’esclusione. Si è scelto un modello individualista, basato sulle realizzazione di villette individuali piuttosto che di quartieri e spazi di socialità. Un modello di cui vediamo il fallimento, poichè determina una crisi delle relazioni che è fatale in questo momento di contrazione della natalità, con i giovani che potrebbero offrire un contributo alla rinascita costretti a partire”. Eppure i segni di speranza non mancano. Lo ribadisce Napolitano nel sottolineare come “In questo territorio contraddistinto da un vuoto quasi metafisico, ci sono presenze che sperimentano nuovi modi di vivere, penso alla battaglia in difesa del nucleo storico di Aquilonia da parte di un comitato o al bel progetto della casa della cultura. Ad essere sperimentati sono nuovi modi di essere comunità, che passano per la costruzione di architetture gentili in dialogo con il paesaggio e la riattivazione delle relazioni. E’ chiaro che le dinamiche sono quelle di una maggioranza silenziosa, caratterizzata da depressione e spopolamento e di una minoranza rumorosa che cerca di farsi carico del riscatto dei borghi irpini. Una minoranza che ha il volto di architetti come Enzo Tenore o artisti come Paolo Picone che hanno fatto esperienze internazionali, hanno scelto di tornare e hanno voglia di interagire con altre intelligenze per costruire qualcosa di bello”. Non ha dubbi Napolitano “L’Irpinia è un campione significativo di una ricostruzione oscena, che ha caratterizzato tutto il paese dopo ogni tragedia, che aveva, a volte, l’afflato dei grandi architetti che volevano spiegare come vivere ma che si rivelava inutile in un contesto in cui la gente voleva solo vivere. A prevalere è stata una dimensione individualista di cui paghiamo il prezzo”

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