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Diplomazia sempre più disarmata

Al giro di boa del primo mese di guerra in Europa quel che si può dire è che l’aggressione scatenata dalla Russia si sta impantanando in Ucraina moltiplicando distruzioni e perdite civili senza che una parte in conflitto riesca a prevalere sull’altra. Allo stallo sostanziale sul piano militare fa riscontro un’escalation verbale che non promette nulla di buono: l’opzione “armi chimiche” o “arma nucleare”, che fino a ieri era un tabu, è diventata un fantasma agitato davanti all’opinione pubblica mondiale che oggi reagisce sconcertata e impaurita, ma domani, chissà, potrebbe anche rassegnarsi allo spettacolo di un fungo, magari di dimensioni limitate. Lo “storico” giovedì di Bruxelles con i tre vertici – Nato, Ue, G7 – ha proiettato al centro della scena il vero protagonista di questa parte del campo, il presidente degli Stati Uniti; ma ha anche messo in un angolo lo strumento che potrebbe davvero avvicinare la fine delle ostilità e delle sofferenze imposte al popolo ucraino. La diplomazia è stata lasciata in anticamera e l’accorato appello di Draghi – “cerchiamo disperatamente la pace” – non ha trovato eco. Si capisce, dalle conclusioni del tour americano in Europa, che i tempi non sono maturi per una trattativa. Mentre i falchi volano sui campi di battaglia le colombe devono aspettare. Alla vigilia dell’arrivo di Biden, Russia e Cina avevano presentato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una bozza di risoluzione per un cessate il fuoco per ragioni umanitarie e per consentire l’evacuazione dei civili: bocciata con l’astensione di tutti tranne i proponenti. Certo, poteva essere un bluff, ma nulla impediva di andarlo a “vedere”, come si dice a poker; e la motivazione del diniego –mancava nel testo l’indicazione della Russia quale responsabile dell’aggressione – francamente non convince se non per il fatto che, appunto, non è ancora il tempo della pace. La conferma si è avuta dopo 24 ore. La Nato ha chiesto tempo per continuare ad armare l’Ucraina, Paese aggredito, e naturalmente siccome l’ha chiesto a se stessa, l’ha anche ottenuto. Ci vuole tempo per pareggiare – almeno – le forze sul terreno, visto che di consegnare a Zelensky aerei da caccia non se ne parla. Dunque la guerra continua: la pace arriverà soltanto con, o dopo, il riconoscimento di un vincitore, trascurando l’insegnamento di eloquenti precedenti storici che ammoniscono sui germi di successivi conflitti sviluppati dall’umiliazione dello sconfitto. Fu così per buona parte delle guerre ottocentesche e per la prima Guerra Mondiale: lo è stato anche per la guerra fredda di cui l’Occidente si proclamò unilateralmente vincitore.

Il Papa ha tentato di rovesciare questa logica, ma finora invano. Ha usato parole forti: la guerra – ha detto – è disumana, ripugnante, sacrilega. E’ stato addirittura accusato di non voler prendere parte denunciando le responsabilità dell’aggressore; ha replicato che la vera risposta alle crisi internazionali “non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari; ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare un mondo ormai globalizzato, non facendo vedere i denti”. Ha denunciato “il potere economico-tecnocratico-militare”; ha definito una pazzia la corsa al riarmo dell’Occidente. Lo ha detto, a Roma, nello stesso “storico” giovedì di Bruxelles, e forse per questa coincidenza anche la diplomazia del Papa è stata lasciata in anticamera.

di Guido Bossa

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