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Un uomo politico e un tratto autostradale. Per una casualità quest’anno due ricorrenze si intrecciano. I cento anni dalla nascita di Giacomo Mancini e i cinquanta che sono trascorsi dall’inaugurazione del primo tratto della Salerno – Reggio Calabria, quello che univa la città campana a Lagonegro in Basilicata. L’opera, l’eterna incompiuta, vede tra i promotori il politico cosentino Mancini che a metà degli anni sessanta è ministro dei Lavori Pubblici nei governi guidati da Aldo Moro. Giacomo Mancini è una delle personalità più importanti del socialismo italiano. Il padre è tra i fondatori del PSI e lui comincia a fare politica da giovanissimo. Viene eletto deputato nel 1948, l’elezione dello scontro più duro tra la DC di De Gasperi e le sinistre di Togliatti e Nenni. Il suo ruolo diventa centrale nella dinamica politica del dopoguerra. E’ tra i protagonisti della stagione del centrosinistra. Sono gli anni dello sviluppo economico, della crescita, delle nuove infrastrutture. Nel ’70 è eletto segretario nazionale del PSI. Si batte nel referendum per il divorzio e nel partito per una linea autonomista che consenta ai socialisti di evitare di farsi schiacciare a sinistra dal PCI e al governo dalla DC. Una linea che diventa la premessa della svolta del ’76 che segna il passaggio generazionale nel PSI. Francesco De Martino lascia la segreteria all’allora quarantaduenne Bettino Craxi. E’ la cosiddetta svolta del Midas, dal nome di un albergo della periferia romana dove si tiene un comitato centrale che cambia la storia dei socialisti italiani. Ma l’attività politica nazionale di Mancini non è mai slegata da quella collegata alla sua regione e, soprattutto, alla sua città Cosenza, al punto che nel 1993, a 77 anni, viene eletto sindaco, alla testa di alcune liste civiche non collegate a nessuno dei partiti tradizionali mentre nel ’97 è rieletto ma sostenuto anche dalla coalizione dell’Ulivo. Oggi che di quella stagione resta un ricordo sfumato c’è però ancora da completare quell’opera iniziata quando Mancini era ministro. La Calabria degli anni sessanta non si poteva raggiungere facilmente era vista come un’isola nella penisola per i suoi aspri rilievi. I governi dell’epoca sentono il dovere di accorciare le distanze, di evitare il rischio di un paese diviso in due. Ma i lavori subiscono molteplici difficoltà. La Salerno – Reggio Calabria diventa in breve tempo il tratto autostradale più disastrato della penisola. 443 chilometri che riflettono le contraddizioni e gli eterni mali eterni italiani. Polemiche, appalti truccati e inchieste della magistratura. Una tela di Penelope che va avanti da decenni, terreno privilegiato di ogni promessa elettorale e fonte di disagio per chi è costretto quotidianamente a percorrerla. La storia dell’eterna compiuta potrebbe finalmente concludersi almeno stando alle dichiarazioni del Presidente del Consiglio. Qualche mese fa Renzi ha annunciato la fine dei lavori per il dicembre 2016 e le sue parole sono state coperte dalle risate dei giornalisti della stampa estera. Un episodio clamoroso che rivela ancora una volta la nostra scarsa credibilità agli occhi del mondo. Quella risata è parsa a Renzi un ridere dell’Italia. Il premier ama le sfide e per questo ha rilanciato sostenendo che come per la Variante di Valico (tra Firenze e Bologna) inaugurata a dicembre del 2015 adesso nei tempi indicati sarà terminata anche la Salerno – Reggio Calabria. E’ l’ennesimo tentativo di evitare che Cristo non si fermi più ad Eboli. Il politico Giacomo Mancini ci provò cinquant’anni fa e Cossiga giustamente lo definiva un genio della concretezza e non della narrazione. Dopo tanti anni, come direbbe lo storico francese Braudel, il nostro Sud avrebbe bisogno di un “documento di pietra” e non di altre parole e promesse. 
edito dal Quotidiano del Sud

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