A questo punto le strade sembrano essere soltanto una: bruciare la plastica negli impianti di incenerimento, una soluzione tutt’altro che ecologica. Una risposta dettata dalla necessità di fronteggiare l’emergenza rifiuti che sta interessando il Lazio.
Che si tratti di una vera emergenza lo certifica la stessa Regione, nella risposta all’interrogazione presentata dai consiglieri Claudio Marotta (Avs) ed Emanuela Droghei (Pd).
“La situazione ha già assunto caratteri emergenziali — scrive Wanda D’Ercole, responsabile della Direzione regionale ambiente, transizione energetica e ciclo dei rifiuti —. Le problematiche segnalate dai Comuni e dai gestori degli impianti evidenziano un quadro critico diffuso, con autonomie residue di pochi giorni e costi straordinari insostenibili”.
A riportare la notizia è l’edizione romana del Corriere della Sera. Il problema riguarda l’intero Lazio, a partire dalla Capitale, ma le conseguenze rischiano di superare i confini regionali e di coinvolgere territori che da anni rappresentano snodi importanti della filiera del trattamento dei rifiuti.
La questione, però, non riguarda soltanto il Lazio. È una crisi che investe l’intero sistema nazionale della plastica e che, secondo le ricostruzioni riportate dal Corriere, sarebbe legata anche alla crescente concorrenza della produzione cinese.
Fino a poco tempo fa, la plastica raccolta dai Comuni veniva gestita principalmente attraverso Corepla, il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, che provvedeva a smistare il materiale verso gli impianti in grado di trasformarlo in nuova materia prima.
“L’intera filiera sta attraversando una grave crisi strutturale e operativa — spiega ancora D’Ercole —. La saturazione degli impianti di stoccaggio sta determinando un blocco a catena che si ripercuote fino al servizio di raccolta porta a porta”.


