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Non sarà facile da realizzare ma Giorgia Meloni nella conferenza stampa di fine anno ha rilanciato la riforma presidenzialista definendola una priorità e spiegando che è necessaria una modernizzazione delle istituzioni che dia stabilità e sia rispondente alle indicazioni popolari. Questa novità – ha aggiunto – può fare bene all’Italia, ma è opportuno fare una legge ampiamente condivisa e per questo il centrodestra è partito dal semipresidenzialismo alla francese pur sapendo che di modelli ce ne sono diversi e si possono anche inventare. Introdurre l’elezione diretta del capo dello Stato comporta, ovviamente, problemi di natura costituzionale perché si tratta di mettere mano a tutto l’impianto della Carta fondato su pesi e contrappesi che, ovviamente, devono cambiare radicalmente. Affrontata già durante i lavori dell’Assemblea costituente la questione relativa al presidenzialismo non raccolse consensi sufficienti e dunque la scelta si indirizzò verso unimpianto pluralista e garantista che trova il suo specchio naturale nel governo parlamentare. Il risultato, soprattutto, con il passare del tempo è stato quello di aver dato vita a governi troppo deboli e la frase di Aldo Moro di un “paese dalla passionalità intensa ma dalle strutture fragili” racchiude il senso della nostra politica. Ora immaginare che con la riforma presidenzialista l’inadeguatezza e il malfunzionamento del sistema si possa correggere magicamente, è pura illusione. Altra considerazione è il ruolo svolto con competenza e saggezza dagli uomini che, nel corso degli anni, si sono alternati alla Presidenza della Repubblica. Hanno tenuto unito il Paese, imprimendo un comune senso di marcia, agendo per il bene collettivo. Figure chiamate, a volte, ad una supplenza istituzionale e che, anche in momenti drammatici, hanno saputo parlare a maggioranza e opposizione, inaugurando un patriottismo costituzionale distante dalla politica dei partiti troppo ripiegata sui singoli interessi. Una funzione esercitata con senso del servizio e del limite e non con senso del dominio. Il loro obiettivo è stato quello di tracciare un percorso comune perché le regole devono valere per tutti, per chi è al governo e per chi invece è all’opposizione. La nostra Costituzione è, del resto, il risultato di un’azione comune e la Carta, nella sua organicità, ne è l’esempio più evidente. E la Costituzione è naturalmente il faro di Sergio Mattarella, lo scorso Capodanno ci aveva salutati ed invece poi è stato rieletto dal Parlamento con una larghissima maggioranza e nell’ultimo giorno del 2022 ha fatto così il suo ottavo discorso al Paese e non poteva mancare un riferimento proprio alla Carta costituzionale che resta “la nostra bussola, e il suo rispetto il nostro primario dovere”. Mattarella si è confermato un indispensabile punto di equilibrio che ha contribuito a ricucire gli strappi, facendo opera di diplomazia, specie con l’Europa. Anche nel discorso di fine anno è tornato sulla guerra che sta insanguinando l’Ucraina e che è stata causata dalla “sciagurata aggressione russa” ricordando che bisogna stare sia dalla parte del popolo ucraino che da quello della Nato perché “la responsabilità ricade interamente sull’aggressore e non su chi si difende o su chi lo aiuta a difendersi”. Mattarella, insomma, ha confermato ancora una volta che il sistema parlamentare funziona quando riesce a tenere in equilibrio perfetto i vari poteri e quando c’è un arbitro che, con le sue idee, non condiziona la gara ma ne garantisce l’imparzialità esattamente come ha fatto in questi anni il nostro capo dello Stato. L’Italia resta dunque una democrazia matura e compiuta nonostante le grandi difficoltà di questi anni e con tutte le imperfezioni e i difetti viene sempre in mente la solita frase di Churchill “la democrazia è la peggior forma di governo, ad eccezione di tutte le altre”.

di Andrea Covotta

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