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Diciassettenne rapito per vendetta, l’ex boss Gianluca Moscatiello dalla Romania: «Faccio le feste e torno»

L’uomo è indagato per aver fatto rapire e pestare un 17enne a Torino

“Faccio Capodanno e torno”. E’ quello che promette  Gianluca Moscatiello, 49 anni, ex affiliato al clan Genovese, poi divenuto collaboratore di giustizia, ricercato dalla Squadra mobile di Torino da alcuni giorni. Mentre lo cercano in Italia, il quarantanovenne avrebbe postato delle foto dalla Romania mentre festeggia l’arrivo del nuovo anno vestito da re.

Intanto nei suoi confronti la procura di Torino, il 23 dicembre, ha emesso un mandato di arresto che al momento non è stato ancora eseguito. La procura piemontese gli contesta di essere il mandante del pestaggio di un minore, colpevole di aver avuto un diverbio con suo figlio 19enne, davanti alla discoteca Bamboo a Torino.

Ieri mattina il suo legale, Gianluca Orlando, ha discusso il riesame chiedendo la revoca della misura cautelare in carcere emessa nei confronti dell’ex  componente del clan attivo  negli anni 2000 in Irpinia. I giudici del tribunale della Libertà hanno già confermato la misura per uno degli esecutori materiale del pestaggio e sequestro, uno dei due fratelli romeni coinvolti. Mentre sono attese le decisioni per l’altro romeno finito dietro le sbarre e per l’ex boss trasferitosi a Torino dopo un breve periodo da collaboratore di giustizia e dopo aver rinunciato al programma di protezione.

I cinque indagati sono accusati solo di sequestro di persona, dopo il ritiro della querela da parte del minorenne pestato. Decadute le accuse di lesioni aggravate dopo che il giovane ha ottenuto un risarcimento per le lesioni e la violenza subita.

L’EPISODIO

Le indagini condotte dalla Squadra mobile della Questura di Torino hanno ricostruito gli eventi verificatisi la notte dell’8 marzo davanti alla discoteca Bamboo di corso Moncalieri. Due ragazzi litigano: uno ha 19 anni ed è il figlio di Moscatiello, l’altro 17. In mezzo, una ragazza: ex del primo, nuova relazione del secondo. Dalle parole si passa ai pugni. Il diciannovenne finisce al pronto soccorso dell’ospedale Maria Vittoria con 21 giorni di prognosi, tra contusioni, trauma cranico e una spalla lussata. Parte la denuncia e la Procura dei minori apre un fascicolo. Ma il padre del 19enne avrebbe pensato di vendicarsi. E il 9 marzo, la trappola scatta in via Maddalene. E sarebbe  il figlio di Moscatiello a chiamare il diciassettenne, proponendo un incontro per chiarire. Ma quando il ragazzo arriva,   l’ aggressione sarebbe stata già pianificata.Da una Mercedes, una Fiat 500 e una Panda sarebbero  scesi, secondo le indagini, cinque persone. Partono calci e pugni. Il minorenne perde conoscenza. Per trascinarlo fino all’auto, gli aggressori usano un lenzuolo. Viene chiuso nel bagagliaio di un suv per poi essere abbandonato  esanime per strada.

Nei giorni successivi agli eventi, sono stati arrestati Gianluca Moscatiello, ritenuto il mandante della spedizione punitiva, il cugino Pietro Tagliaferri, 54 anni, e i fratelli romeni Alin e Ovidiu Cirpaci, di 42 e 38 anni, difesi dagli avvocati Gianluca Orlando e Marina Bisconti. Per gli stessi fatti risulta indagato il figlio diciannovenne di Moscatiello, attualmente libero ma sottoposto al divieto di avvicinamento alla vittima.

LE INDAGINI

Le attività investigative, protrattesi per circa nove mesi, hanno analizzato messaggi, tabulati telefonici e filmati registrati dai residenti di via Maddalene. Dall’analisi è emerso il coinvolgimento di Pietro Tagliaferri, 54 anni e cugino di Moscatiello, e dei fratelli Alin e Ovidiu Cirpaci, rispettivamente di 42 e 38 anni. Anche il figlio di Moscatiello è indagato ed è sottoposto al divieto di avvicinamento alla vittima. Tutti gli indagati hanno negato le accuse, precisando di non aver avuto alcuna intenzione di sequestrare il minorenne.

La Squadra mobile contesta agli arrestati il reato di sequestro di minore.Le ipotesi di minacce e violenza privata, inizialmente valutate, sono decadute dopo il ritiro della querela. Moscatiello, sentito negli interrogatori preliminari, ha dichiarato di non trovarsi nel luogo dell’aggressione, precisando di essersi trasferito a Torino dopo aver rinunciato al suo status di collaboratore di giustizia.

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