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Forum Agroecologia di Legambiente: da Napoli parte l’alleanza per un nuovo modello di agricoltura

Un nuovo modello di agricoltura che sposi appieno la sostenibilità ecologica; un’agricoltura che possa finalmente diventare non solo l’asse portante dell’economia made in Italy, ma un settore strategico anche dal punto di vista ambientale a cominciare dalle sfide imposte dalla crisi climatica.  È la sfida che Legambiente lancia oggi da Napoli, dove ha chiamato a raccolta le esperienze più avanzate del nostro Paese per proporre una nuova alleanza che possa condurre, oltre alla riduzione dell’utilizzo della chimica attraverso il ricorso a buone pratiche agronomiche, ad un impegno concreto per un Green new deal anche in questo settore.

Agricoltori e aziende del settore agroalimentare delle diverse filiere e comparti, dalla coltivazione, alla trasformazione fino alla vendita, si sono confrontati oggi insieme a tecnici, studiosi e istituzioni per stringere un patto che possa rispondere alle crescenti richieste dei consumatori per avere prodotti più sani e per fermare la febbre del pianeta, nel corso del primo Forum nazionale di Legambiente sull’Agroecologia Circolare, realizzato con il patrocinio della Regione Campania e del Comune di Napoli e grazie al sostegno dei partner principali Alce Nero, Apo Conerpo, Barilla, Bonifiche Ferraresi, Coop, Italia Zuccheri, Gruppo Bancario cooperativo Iccrea e Fabbri Group, dei partner sostenitori Cib, Consorzio italiano biogas, Oleificio Zucchi, Rigoni di Asiago e dei partner Romagnoli, Conip, NaturaSì, Conapi-Mielizia. L’attenzione e la sensibilità nei confronti della sostenibilità ambientale delle filiere, dell’utilizzo delle rinnovabili – dal solare termico o fotovoltaico fino alla produzione di biogas o biometano – della lotta agli sprechi idrici ed energetici, dell’innovazione tecnologica delle macchine e attrezzature agricole in chiave sostenibile sono sempre maggiori in Italia e ciò ci dimostra che siamo sulla strada giusta. Anche in agricoltura è, inoltre, necessario porre un freno al largo consumo di plastica: su questo fronte, oltre alle pratiche virtuose già attive sul riciclo degli imballaggi in plastica, alcune sperimentazioni sui biomateriali e sull’eco-packaging devono essere per Legambiente incoraggiate per ridurne gli impatti su tutte le filiere.

«Le politiche agricole nazionali e comunitarie devono cambiare rotta se vogliamo davvero rilanciare questo settore in chiave green – dichiara Stefano Ciafani, presidente di Legambiente -. Una parte della buona imprenditoria e della buona agricoltura italiana si sta dimostrando già molto attenta sia alle esigenze dei consumatori, che chiedono cibo sano e tracciabile, sia rispetto alla necessità di una svolta epocale per ridurre i processi di inquinamento ambientale. Il nostro obiettivo è quello di mettere in campo una serie di sinergie con le eccellenze dell’ambito agroalimentare, istituzioni, università e centri di ricerca per cambiare in meglio l’attuale modello agricolo. Un modello che guardi alla riduzione degli impatti climalteranti, alla valorizzazione del biologico e alla qualificazione dell’agricoltura integrata, promuovendo l’economia circolare e l’utilizzo di materiali riutilizzabili, riciclabili e compostabili, fino al profilo etico del lavoro in agricoltura e alla lotta all’uso dei fitofarmaci illegali. Un modello, siamo convinti, che saprà garantire sostenibilità sia dal punto di vista ambientale che economico e sociale. Al Governo italiano e all’Unione Europea chiediamo di valorizzare queste esperienze, prevedendo da subito meccanismi premianti e scoraggiando anche economicamente pratiche agricole e zootecniche intensive ed a elevato impatto ambientale».

Nel corso del forum di Legambiente sono stati presentati gli Ambasciatori del territorio: realtà agroalimentari (molte delle quali presenti in Campania) che producono nel rispetto del patrimonio ambientale, sociale e culturale dei loro territori, che mettono al centro la sostenibilità ambientale e la salute dei consumatori.

Oggi, purtroppo, l’agricoltura intensiva, l’eccessivo utilizzo della chimica e la corsa alle rese piuttosto che alla qualità, oltre a contribuire in maniera rilevante alla crisi climatica, sono causa della perdita di biodiversità e della presenza, in particolare nelle acque, di sostanze dannose per gli esseri umani.  In più c’è da sottolineare come negli ultimi vent’anni in Italia sono scomparsi 5,4 milioni di ettari di terreni coltivati, praticamente una superficie pari a Liguria, Piemonte e Lombardia messe insieme.

Ribaltare tutto questo è possibile, ma servono provvedimenti concreti, liberando agricoltura dalla dipendenza dalla chimica e puntando con vigore sul biologico che già oggi in Italia ha numeri considerevoli: 2 milioni di ettari coltivati, il 15% della superficie agricola complessiva, 72.000 operatori coinvolti per un fatturato di 3 miliardi di euro l’anno.

«Per sostenere questo processo è necessario investire sempre più in politiche di ricerca e innovazione per consentire all’agroecologia di affermarsi come punto di riferimento strategico in modo tale che sia presidio sociale dei territori rurali cooperando alle politiche di disinquinamento e di difesa della biodiversità – aggiunge Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente  -. Al Governo chiediamo di avere maggiore coraggio: l’obiettivo deve essere quello del raggiungimento del 40% di coltivazioni biologiche rispetto alla superficie agricola entro il 2030, ma anche tempi rapidi per la riduzione dell’utilizzo di pesticidi, il rafforzamento del sistema dei controlli e l’incremento di metodi di coltivazione più sostenibili. Per tutelare la salute dei cittadini, inoltre, occorre stabilire distanze minime di 15 metri rispetto ai trattamenti di pesticidi  dalle aree antropizzate (case, scuole aree sportive) per i trattamenti di fitofarmaci, vietandoli nel verde urbano».

Per Legambiente, la sfida per la Politica Agricola Comune deve essere l’abbandono della logica dei finanziamenti a pioggia e per ettaro che ha caratterizzato la programmazione precedente e divenire sempre di più un punto di riferimento per chi pratica agricoltura sostenibile, biologica e diminuisce fortemente i carichi emissivi. Gli stessi presupposti devono però essere alla base del nuovo Piano di Azione Nazionale sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari che sta per essere adottato in Italia.

Per l’associazione, liberare l’agricoltura dalla chimica è uno dei pilastri sul quale fondare il nuovo modello di agricoltura. L’ultimo dossier Pesticidi dell’associazione evidenzia come ancora oggi, seppur diminuita negli anni, la quantità di fitofarmaci sia ancora considerevole: 130.000 tonnellate di pesticidi che contengono 400 sostanze diverse. I trattamenti effettuati con molecole pericolose di sintesi (diserbanti, erbicidi, fungicidi) non si limitano infatti al bersaglio, ma si disperdono nel suolo e nell’ambiente: secondo i dati forniti da ISPRA la presenza di principi attivi dei fitofarmaci più usati in agricoltura è riscontrata sia nelle acque superficiali (67%) che in quelle sotterranee (33%). Ridurre l’uso di sostanze inquinamenti e dannose significa anche combattere le sacche di illegalità ancora presenti nel comparto agricolo: ancora oggi vengono illegalmente agli agricoltori prodotti realizzati con molecole vietate dalle attuali leggi, pericolose sia per gli ecosistemi che per gli stessi agricoltori e per i consumatori. Legambiente evidenzia inoltre l’importanza di dare sostegno alle iniziative volte al contrasto del caporalato: dove non c’è rispetto del lavoro e della legalità è assai difficile che ci sia rispetto della salute dei cittadini e dell’ambiente.

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