Cè una crisi di rappresentanza politica che, in modo lento, ma inesorabile, si traduce nella fuga dei cittadini dalle forze politiche strutturate? Domanda retorica. E quali sono i segnali di questo fenomeno che, come un mare agitato, erode la roccia?
Il primo elemento da tener presente è il considerevole aumento dell’astensionismo che si registra nei vari turni elettorali. Le persone disertano le urne molto spesso perché deluse dal comportamento di chi aveva ottenuto il mandato di rappresentanza politica. Riscontrano, cioè, che la politica non è più quella che risponde ai bisogni delle comunità, ma svolge il ruolo della rappresentanza con un obiettivo lontano assai dagli interessi generali. Di più: la fuga dalle urne risponde anche al limite imposto dalle varie leggi elettorali che il cittadino deve subire come imposizione dall’alto, in base a sistemi e metodi che assecondano le esigenze dei gruppi di potere più che gli interessi degli elettori. Il continuo ricorrere al cambio del sistema elettorale – in base ai desiderata di chi ha potere di modifica per maggioranza – genera frustrazione e disincanto.
Risultato: l’invocata stabilità dell’esecutivo diventa solo un alibi di facciata. Allargando il ragionamento, si potrebbe affermare che tra rappresentanza politica e limiti della sua efficacia si registra un baratro. Il cittadino, citando Roberto Ruffilli, politologo ucciso dalle Brigate rosse, non è più arbitro ma è posto in una condizione di sudditanza.
Un ulteriore elemento di riflessione sulla crisi tra rappresentanza e forze politiche si evince anche dal successo di altri modelli di partecipazione per esprimere le proprie idee.
Fa riflettere, ad esempio, il boom di partecipazione al referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia (la Meloni-Nordio) che si è tenuto il 22 e 23 marzo scorsi.
Questo strumento di consultazione del popolo ha avuto come luogo di dibattito solo in modo residuale le sedi di partito: straordinaria è stata la partecipazione ai tanti gruppi che si andavano formando sui social ed è probabile che a spostare il voto siano state proprio le possibilità offerte dalle nuove tecnologie.
Anche in questo caso ha giocato la disaffezione alla politica gestita dai partiti che ha subito una forma di parziale delegittimazione: è un campanello d’allarme chiaro che aiuta a interpretare la crisi della rappresentanza mentre i partiti rimangono chiusi nei loro dibattiti a scarsa partecipazione.
Nell’analizzare la fuga dai partiti e un diverso modo di rappresentare gli interessi generali delle comunità, occorre necessariamente fare riferimento a quanto, in tempi recenti, sta producendo la cosiddetta società civile. Non parlo del vecchio “civismo politico”, spesso espressione di ambizioni personali e quasi sempre serbatoio del vituperato clientelismo. Si tratta, invece, di nuove presenze che adottano il modello associazionistico mettendo in connessione diverse realtà che, partendo dal territorio, sviluppano programmi sinergici creando una rete di azioni comuni. Queste formazioni si nutrono di confronto e dialogo, rifiutando i mali che hanno creato la crisi degli organismi politici tradizionali e agiscono per la soluzione dei problemi seguendo il metodo della partecipazione, della sintesi dei punti di vista, della condivisione. E’ questa l’esperienza del movimento “Terzo racconto” che mette insieme quaranta associazioni, cooperative e consorzi, che uniscono le forze di sviluppo e socialità maturate soprattutto nel Mezzogiorno. Come afferma **Gaetano Giunta**, presidente della Fondazione Messina, in un’analisi del fenomeno partecipazione a rete, “tutte le organizzazioni di Terzo Racconto sono unite dalla consapevolezza che ogni persona, ogni comunità e ogni territorio siano parte di un tutto vivente dal quale nessuno può essere escluso”. Si tratta di un’esperienza che, consapevole delle disuguaglianze che conducono al “declino democratico”, si fa carico di fare attività politica fuori dai partiti per accorciare le distanze tra le diverse realtà. Non sembri strano che questa iniziativa si collochi proprio nel Sud delle disuguaglianze, del malessere, dove l’impegno sociale lancia la sfida del cambiamento di paradigma.
La crisi della rappresentanza, però, agita anche il mondo cattolico dal Mezzogiorno al Nord, con la nascita della Rete di Trieste contro la crisi politica. Il confronto si è aperto nel corso delle Settimane sociali che vedono partecipi esponenti del mondo cattolico e non solo. Da qui è nato il “metodo” che definisce meglio il ruolo dei cattolici nella società. Tra i punti centrali c’è “l’ascolto”. “C’è qualcosa che stenta ad emergere tra chi fa politica ed è proprio la dimensione dell’ascolto”, affermava qualche mese fa Michele Nicoletti, filosofo e ordinario presso l’Università di Trento, tra i protagonisti della Settimana sociale. L’ascolto deve essere una scelta culturale e non tattica, solo così si può rispondere alla crisi di partecipazione. E capita anche dentro i partiti, dove la democrazia interna spesso si esaurisce in una scelta di preferenza tra candidati che finisce per frustrare la legittima esigenza di protagonismo delle persone.
Non mancano, in verità, istanze di cambiamento dentro i partiti. Vengono dalla “resistenza attiva” ovvero da coloro che, pur non condividendo le logiche che hanno portato alla crisi della rappresentanza politica – superficialità, conservatorismo clientelare, protagonismo individuale – tentano di recuperare quell’etica della politica descritta magistralmente nella Costituzione. Credo, infine, che questa nascente multiforme realtà “oltre i partiti” potrà con il tempo portare a una ricomposizione con la buona politica e magari rifondare la rappresentanza del futuro.

