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Giustizia e dintorni, al via il congresso dei magistrati. Ma questa volta sarà diverso

di Gerardo Di Martino*

In quel di Palermo, si è aperto questa mattina sabato 11 maggio il congresso dell’ANM, l’Associazione Nazionale Magistrati.

Il momento è complicato. La difficoltà si intuisce dalla massiccia partecipazione di oltre ottocento accreditati all’adunata convocata dal comitato direttivo centrale del sindacato delle toghe.

Classica standing ovation all’ingresso dal Presidente Mattarella che, nei circa 14 anni del suo doppio mandato, ne ha viste di assemblee di giudici e pubblici ministeri riuniti sotto le insegne della resistenza alle riforme annunciate, e mai realizzate, dai Governi.

Il suo ruolo, d’altronde, nei plurimi incontri, è stato sempre lo stesso: far battere i cuori alle toghe, in una sorta di condivisione a distanza di scopi e fini, di magnetica attrazione, mal celata dagli sguardi e dagli applausi scroscianti: confidiamo in te, nostro ultimo baluardo!

Ma questa volta potrebbe essere diverso.

Giuseppe Santalucia, l’attuale Presidente dell’ANM, recita il solito copione, anzi va pure oltre, manifestando chiaramente il modo di vedere dei congressisti: “Rispetto a questa idea di riforma, faremo un’opposizione culturale e costituzionale, non sindacale” perché, continua, “il termine politica, con i suoi derivati, non può divenire un dispositivo di espulsione dalla sfera pubblica: una democrazia partecipativa non può che arricchirsi del contributo di una categoria che di giustizia e di giurisdizione può dire a ragion veduta”.

Se ciò è vero, vi è immediatamente da chiedersi quale sia la differenza tra i soggetti che concorrono alle scelte di politica giudiziaria; che stabiliscono se le carriere dei magistrati devono essere uniche o separate; che ritengono opportuno, nell’interesse della Giustizia e dei cittadini, la discrezionalità dell’azione penale piuttosto che il contrario; che decidono se i componenti togati del CSM dovranno essere sorteggiati tra tutti i magistrati o scelti dalle loro correnti; che istituiscono l’Alta Corte per il giudizio sulla responsabilità disciplinare; e gli altri che, appartenendo ad un diverso Ordine o Potere, come i magistrati, le subiscono giacché privi della rappresentanza e, quindi, della sovranità popolare (a differenza dei primi).

Questo è il vero punto di stallo da quale non si riesce ad uscire, dalla entrata in vigore della Costituzione ad oggi.

Chi giudica, non concorre a fare le leggi, comprese quelle che regolano la loro vita e le modalità di estrinsecazione di quel giudizio. E chi fa le leggi, non giudica. Punto. È un concetto tanto semplice quanto disatteso, come avrete ben inteso (almeno da queste pagine).

Il perno delle attuali democrazie è la separazione dei poteri, concetto che il suo padre nobile Montesquie fa derivare da una constatazione, oggi più che mai palpabile: chiunque abbia potere è portato ad abusarne. E posto che egli arriverà sin dove non trova limiti, occorre che il potere stabilisca quel limite, arrestando il potere.

Non c’è alcuna necessità, dunque , di correre tanto lontano alla ricerca di qualcosa che, al contrario, è sotto gli occhi di tutti: il maggiore ostacolo al raggiungimento di una verità giudiziaria è proprio l’idea di infallibilità di ogni magistrato, che fa il paio con l’altra, di idea, per la quale, depositari delle più profonde verità sul buon andamento della Giustizia, la democrazia non può che arricchirsi del contributo di giudici e accusatori. Senza batter ciglio. Nemmeno a fronte di un Ordinamento che non li vuole concorrenti nella creazione della legge, ma li releghi alla sua mera applicazione.

Vedremo se questa volta, per la prima volta, non sarà così, avendo l’Esecutivo più volte ripetuto che all’ordine del giorno non ci sarà l’opposizione della magistratura.

Piuttosto dovremmo prendere atto che la separazione delle carriere, per come concepita dopo l’entrata in vigore del processo accusatorio nel 1989, postulava un pubblico ministero tutto calato nel suo ruolo di parte, su un gradino all’altezza di quello della difesa, spogliato della veste rituale del giudicante. L’esatto contrario della cd. cultura della giurisdizione. Insomma, un accusatore costretto a bussare alla porta di quest’ultimo, proprio come fa il difensore.

Non proprio la separazione che, almeno sin ora, si sta materializzando.

*avvocato

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