Quarta giornata della mostra “Rivivo con Te. Femminicidi: cronaca di una strage senza fine” Al Carcere Borbonico si torna a parlare di violenza di genere. Non in astratto. Tra immagini, storie, corpi che non ci sono più. E parole che pesano.
All’ evento ha preso parte anche l’ex procuratore di Avellino Domenico Airoma e attualmente guida dell’ ufficio inquirente di Napoli Nord : «Lasciatemi innanzitutto fare un plauso all’iniziativa, molto bella e di impatto», ha dichiarato Airoma, soffermandosi sull’effetto delle immagini esposte .«Vedere questa sequenza di donne assassinate colpisce profondamente.Dovremmo incominciare a riflettere, oltre che sull’aspetto giudiziario di queste vicende, soprattutto sul loro significato sociale e culturale».
La violenza, dice, non ha indirizzo. Non vive solo ai margini, non si nasconde soltanto dove si pensa. «Non è un fenomeno che riguarda soltanto determinati ceti culturalmente arretrati, ma riguarda un po’ tutti». E dentro questo tutti, Airoma legge una crepa più profonda: un’abitudine diffusa al disprezzo dell’altro.
Le immagini scorrono. Volti sorridenti diventati assenza. «Vedere questi volti di donne così solari e belle e saperle assassinate per motivi così abietti è davvero terribile».
Poi il procuratore sottolinea come dal punto di vista legislativo ci siano ormai tanti strumenti. “Non parlerei di un’emergenza normativa.Il problema, semmai, è chi esegue, chi ascolta, chi raccoglie. Credo che l’emergenza sia soprattutto di formazione degli investigatori e anche dei magistrati. Si tratta di reati che richiedono un addestramento particolare nella raccolta e nella valutazione delle prove e delle dichiarazioni. Occorre soprattutto l’accompagnamento della vittima, non solo prima e durante il processo, ma anche dopo». E il rischio che si richiude addosso: «la condizione di stress che può indurre la vittima a fare marcia indietro».
Infine, il punto cieco. Quello che non si vede finché non è tardi. «L’aumento delle denunce può talvolta nascondere anche fenomeni non intercettati. Ci sono segnali sintomatici, come lesioni o percosse, che devono essere riconosciuti anche dagli operatori sanitari. Sono spesso questi i casi più pericolosi, quelli che possono evolvere in maniera letale».



